Enzo è un introverso malavitoso romano di mezza tacca: s’imbatte in sostanze radioattive che gli danno dei super poteri; incontra, e se ne fa carico, Alessia, bella ma un po’ sullo sciroccato e si scontra con lo Zingaro, un altro malavitoso, però con deliri di onnipotenza.

Un’opera decisamente strana e del tutto fuori registro, nel panorama italiano per ciò che riguarda la identificazione dei generi; e anche piuttosto coraggiosa.  In verità  Gabriele Salvatores col suo “Il ragazzo invisibile” (14), tentò di riflettere autoralmente sui generi narrativi in un film interessante, raffinato (con citazioni da autori francesi come Louis Feuillade, Georges Franju), ma non del tutto riuscito, sulle dinamiche psicologiche dell’adolescenza. Lì il ragazzo protagonista, in chiave però marcatamente metaforica, pure si scopriva in possesso di super poteri. E comunque il film fu un mezzo flop.

Nel film attuale (ITA, 15), l’approccio è diverso. Diretto e prodotto da Gabriele Mainetti, è il suo primo lungometraggio; è sceneggiato da Nicola Guaglianone, che ha già lavorato col regista e da Menotti, pseudonimo di Roberto Marchionni.

Essi hanno scelto risolutamente l’approccio avventuroso ma immerso con precisione ambientale nell’assoluto realismo delle periferie profonde della città.

Propriamente quella dimensione macro di città espansa che è a Roma la Borgata: qui è una Tor Bella Monaca cui sceneggiatori e attori fanno riferimento nella vita.

Ma non è una sorta di Suburra in chiave minore: agli autori serve mettere in evidenza le forme di umanità, che sia pur in modi distorti, si esprimono in questi personaggi. Enzo è un cattivo sospeso: nel senso che non sa nemmeno lui cosa e chi sia; si lascia sopravvivere come un sommerso della società: è un elemento delle periferie che si è trovato a rubare per mancanza di alternative. Non sa cosa ci sia nel suo stesso cuore. I suoi superpoteri lo lasciano meravigliato e perfino impaurito: non sa cosa farsene.

maxmuro

Ciò che catalizza il movimento della sua personalità è l’incontro con la figlia di un violento balordo, Alessia, che decide di proteggere, essendo rimasta del tutto orfana. Ed è lei a portare quel che di favolistico che avvolge la narrazione su questi coatti.

Lei è come rifugiata in un mondo di sogno, sospeso tra la fuga e la metafora esistenziale, in cui cercare una dimensione di protezione  dagli abusi del padre; e che educa Enzo ad avere rapporti di sentimento con lei. E’ lei che battezza Enzo col nome di Jeeg: e lui accetta questa investitura; e lo fa per lei.

La cosa singolare e riuscita è che il film fa vibrare di vita autentica questo assetto narrativo. Operazione stilistico-espressiva che dimostra visione forte, unitaria e personale, polso, capacità di rendere coerente il tratto narrativo; senza lasciarsene dominare: senza usare scorciatoie citazionistiche-intellettuali. Ma entrando sinceramente in questo “gioco”.  Intendiamoci: Mainetti è autore fortemente intellettuale; ma di quella qualità che non indulge sul riconoscimento degli altri, come capita a molti giovani aspiranti autori del cinema. Ma dà vita a situazioni dai tratti comportamentali e psicologici complessi: e solo sulla base di questi elementi, esposti con compiuta chiarezza, costruisce e  fa uscire dei comportamenti spiazzanti.

lozingaro

Ciò vale per tutti i personaggi. In particolare per quello dello Zingaro: che, a un certo punto, si mette a cantare mimando Anna Oxa, in una divertente pagina musical-gestuale. Non è compiaciuta diversione: l’esibizione, che cattura e avviene con un grande controllo scenico oltre che di montaggio e di luci, in quel personaggio “ci sta”, perché dà vita a degli estremi illustrativi dell’indole vera e profonda di quel personaggio, molto sul bilico comportamentale.

L’attore Luca Marinelli è profondamente calato nella schizofrenia quotidiana, ma fragile, del suo personaggio, eccessivo, intriso di narcisismo. Egli, come attore è già stato lanciato grazie all’ammirato “Non essere cattivo” di Claudio Caligari, la cui produzione, meno complessa ed elaborata, però è successiva al film di Mainetti, nonostante sia uscito prima.

Un’altra folgorante apparizione è Alessia. L’interprete, Ilenia Pastorelli, è una non-attrice che funziona alla grande: la sua faccia è stata notata nel “Grande Fratello”; d’ignorantità attoriale completa, con un provino disastroso (non ricordava le battute), è stata scelta lo stesso. Rende con dolorosa aderenza fisica la sua dimensione di sofferenza; il suo spasmodico desiderio di far uscire  comunque da Enzo, ciò che aveva intuito nel profondo. Vive con leggiadra incoscienza il suo librarsi tra follia infantile e nevrosi da perdita della propria identità.jeegproiezione

E poi c’è Claudio Santamaria, l’”eroe”, che alla fine si accolla la missione di “salvare” il mondo: ma lo fa con ironia. Al posto della tutina di latex ha quel ridicolo copricapo fattole all’uncinetto da Alessia: è un pegno d’amore e di speranza per lui. La sua è una performance in cui la stazza  fisica (è ingrassato di 20 kg), copre un vuoto dentro di sé che non vuole, né può essere sigillato. Affronta il mondo con noncuranza e disprezzo di sé: e solo Alessia gli dà il senso di vita. Sfiora le varie dimensioni narrative con concentrata consapevolezza: vi è dentro con sincerità accorata e bruciante.

Il controllo ferreo sull’insieme da parte del regista si avvale della stretta collaborazione del montatore, Andrea Maguolo (e Federico Conforti), e, soprattutto, del Direttore della foto Michele D’Attanasio. Costui, attivo dal 98, è passato per numerose e molto qualificanti esperienze professionali: ha lavorato nel cinema fiction, ma anche in quello di realtà. E’ stato costantemente in grado di creare un’atmosfera  visiva forte e personalizzata: come è avvenuto nella descrizione della desolazione, ma “ricca” di tesori nascosti di umanità, della Borgata del film.

Lo scenografo, Massimiliano Sturiale, ha trovato delle locations stillanti di vita: ma anche, contemporaneamente, di degrado. Però il tutto è stato sempre funzionale alla dinamica narrativa: non c’è stato alcun compiacimento (pseudo) “pasoliniano”; ma l’esigenza di dar vita a territori reali, ma da portare nella dimensione di una favola, in cui non si perdesse di vista l’umanità e la poesia: queste, si, pasoliniane.Lo-Chiamavano-Jeeg-Robot-banner


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