L’Italia, il Sud, i Ponti.

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L’Italia e il ponte Morandi a Genova, raccontarne sarebbe più semplice ma anche, mi si consenta, più banale. I ponti, nell’immaginario collettivo e finanche nel nostro intimo, sono fondamentali. Sono simbolo di attraversamento e poi di trapasso, da un luogo ad un altro, da una storia all’altra, da una vita all’altra, tra la vita e la morte.
Volevo però sottolineare l’impatto che quel crollo ha avuto sul Sud e sulla sua gente.
Vi domanderete dove sta il nesso, e se questo può sembrare una forzatura, voluta, cercata e strumentale.
No, non è così. Quante volte su questo Magazine è stato scritto che il segnale del cambiamento, anche culturale, lo stava dando il Sud e la propria gente. Quante volte è stato scritto che i dati del referendum del dicembre 2017 e delle politiche del marzo 2018 erano segnali precisi, forti, dirompenti di un territorio allo stremo?
Il rifiuto di molti a “prestare” i propri congiunti ai funerali di Stato è un altro segnale, forte, molto. La motivazione data è senza appello, da dove proviene è quasi fatto rivoluzionario. E’ il segnale di un Sud che si sta spopolando, che si sente in eutanasia neanche assistita, forse un Sud non più controllabile, probabilmente e finalmente fuori dagli schemi. Non riconoscere “questo” Stato che non tutela i propri cittadini non è cosa semplice da dire, da sottolineare, da strillare. Lo Stato, le Istituzioni e i politici, quelli di prima ormai definitivamente annullati e direi “inutili” ma soprattutto quelli di oggi, assolutamente in ballo, quelli che in qualche modo devono davvero ridare speranza, e non credo possano farcela. Anche i funerali di Stato sono stati dirompenti su questo, i fischi ai “vecchi gestori” della politica (quanto si sono fatti odiare Renzi e il PD e quanto inconcludente è questa sinistra, fenomeno da studio) e gli applausi alla “nuova gestione”, Di Maio e Salvini.
Però vorrei dargli un ruolo e spero lo prendano: essere la giusta transizione per andare oltre. Non so quanto durerà e che forma prenderà tutto questo, ma bisogna esserne consapevoli e crederci, e nel frattempo costruire con pazienza e con coraggio. Mi hanno insegnato, da sempre, che uno spazio vuoto viene immediatamente occupato, uno Stato che non si riconosce viene per “esigenza” occupato da altro.
“L’idea di un Sud dissidente e sovversivo è certificato dalla Storia, anche se complicato trovare connessioni con la contemporaneità. E le rivolte non si esauriscono nel fatto in sé, ma sono precedute o accompagnate da intuizioni, propositi e progetti anche innovativi. Il nodo comune è l’antagonismo tra ceti dominanti e dominati, in cui si individuano le responsabilità storiche dei primi e le incertezze e le contraddizioni dei secondi. La migliore risposta ma anche la vera sfida è rimanere al Sud, nei tanti Sud del nostro Paese. E realizzare infrastrutture nel nostro Mezzogiorno salverà l’Italia. Fuori da feudi politici e bande in continua lotta per il potere”.
Il Sud ha ancora diritto di ribellarsi, seppur tra la follia e sano pragmatismo. La rivolta, la transizione e infine la rivoluzione culturale di un popolo, questo è ciò che dobbiamo sperare.
Costruiamo ponti, davvero.

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