L’Ipermetrope: il Fertility Day e l’attacco all’emancipazione/2

Cosa c'è dietro una campagna (non a caso) sbagliata

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di Maria Rosaria Nappa

Ridurre la portata culturale della campagna messa in atto dal “Fertility Day” ad un mero esempio di cialtronesca incompetenza sarebbe sbagliato. Non si tratta di una svista comunicativa, per altro affidata ad un funzionario tutt’altro che titolato ad imbastire battage pubblicitari, ma di una precisa presa di posizione ideologica da parte del Ministero della Salute. E già ciò sarebbe gravissimo, ma proviamo ad andare oltre.

In primo luogo, come detto, con fare paternalistico si tende ad escludere che le donne si assumano pienamente e consapevolmente le conseguenze di ritardare la maternità rispetto al tempo biologicamente più propizio, benché il dato relativo alle gravidanze tardive non faccia assolutamente pensare a capricciose signorine smaniose di godersi Happy Hours e annesso seguito: questa immagine è profondamente scorretta. Per capovolgere queste logiche basterebbe (sarebbe bastato…) studiare i dati, assolutamente assenti da questa ipocrita quanto pomposa iniziativa del Ministero, per accorgersi come, al contrario, nelle fasce più deboli della popolazione, tra i ceti meno attrezzati culturalmente e con una inferiore scolarizzazione, le mamme giovani e giovanissime conservino una prolificità sostanzialmente costante, segno che non sono le illusioni di longevità, o le disibinizioni, o ancora i “comportamenti da evitare”, a ritardare le gravidanze.

Il vero perno resta la concezione di donna in questo confuso modello di società.

Se nel mondo del lavoro una giovane donna, più che adeguata professionalmente e culturalmente, viene tutt’oggi penalizzata per l’essere ancora potenzialmente madre, con tutte le responsabilità e “perdite di produttività” che ciò comporta; nella dimensione allucinata proposta dal Ministero della Salute, invece, la donna deve trasformarsi in giovane fattrice per recuperare la crisi di natalità: figli alla Patria, dunque.

Dal momento che ai figli degli immigrati non viene riconosciuta la nazionalità italiana benchè nati in Italia, tocca alle italiane ripopolare il Paese. Magnanimamente tralasciamo lo scivolamento rovinoso da “l’utero è mio” del femminismo all’utero come “bene comune” del lorenzinismo.

Questo esempio di comunicazione sbagliata, più e oltre che inefficace, non riesce nemmeno ad essere misogeno, non ruota intorno ad una sottomissione della donna all’uomo (che da questo battage è completamente escluso sia come padre che come genitore, se non per quelle allusioni oscene di cui si è detto), quanto invece compie la completa negazione revisionista di ogni progresso culturale in materia di autodeterminazione ed effettiva parità di genere.

Parità di genere anche nelle scelte, quindi, perchè quand’anche una giovane donna si sentisse pronta ad affrontare e sostenere una gravidanza ed una maternità, è necessario che ci sia anche un partner disposto ad assumersi la medesima responsabilità, a meno che davvero la ministra non pensi di convincere le italiane a concedersi a dei “tori da monta” su cui non ricadrà alcuna responsabilità familiare.

Non è affatto rassicurante notare che questo disastro mediatico è completamente targato al femminile (Ministra, Responsabile del Progetto….), mentre la storia dell’inferiorità femminile si è distinta per esser sempre stata un “dialogo tra uomini”, come disse Luce Irigaray. Un’ulteriore aggravante, quindi.

Colpevolizzare le donne per le proprie scelte (tralasciando i casi in cui lo status che si condanna non sia una scelta) non solo è orribilmente illiberale, ma addirittura indice di una concezione totalitaria dello Stato, paternalistica e infantile al tempo stesso, priva di ogni spunto informativo o di riflessione.

Non ci sarebbe stato nulla di male, quindi, nel prevedere una campagna informativa e formativa sui rischi alla fecondità (che non è necessario scrivere con la F maiuscola per darle la dignità che merita), e non avremmo avuto niente da obiettare nemmeno per eventuali incitazioni alla procreazione (in Danimarca un divertente spot, dotato di accurate analisi scientifiche e dati informativi, concludeva semplicemente invitando gli spettatori a “fare l’amore” ottenendo un aumento delle nascite del 14% in un anno – https://www.youtube.com/watch?v=vrO3TfJc9Qw#action=share), qui va messo nettamente in discussione l’impianto stesso dell’iniziativa ministeriale, la cifra ideologica che sottende.

Lo Stato, dunque, vuole intervenire nei diritti riproduttivi delle donne, e da un lato lo fa rendendo di fatto inesigibile quanto sancito dalla Legge 194, la cui libera quanto dolorosa determinazione di una donna di interrompere volontariamente una gravidanza cozza contro i muri dell’obiezione di coscienza sempre più ostentata in ospedali e cliniche (70% in media, raccapricciante il caso della mamma e dei due gemellini morti a Catania il 19 ottobre scorso), e dall’altra colpevolizzandone ritardi e difficoltà riproduttive, indifferentemente dalle motivazioni che vi sono alla base.

Gli Stati totalitari hanno sempre cercato di entrare anche tra le lenzuola dei cittadini/sudditi, dettando limiti, standard e condizioni per la patriottica riproduzione; basti pensare da una parte alle politiche sulla natalità del Ventennio e dall’altra alla “politica del figlio unico” solo recentemente mitigata in Cina dalla possibilità di mettere al mondo un secondogenito. Elemento questo che fa da contraltare alla italianissima colpevolizzazione del figlio unico sussurrata dall’ennesima orribile cartolina del Fertility Day nostrano.

Non è difficile, procedendo su questa linea di ragionamento, ricordarsi delle Gravidanze Forzate e cogliere tutto il valore negativo della figura di donna che emerge dal farlocco tentativo di comunicazione ministeriale: la funzione sociale della riproduzione impone drammaticamente alle libertà individuali (ancora parzialmente conquistate) di soggiacere ad una Volontà superiore, che sia quella del marito-padrone, dello Stato o di qualche altra entità.

Certamente il governo che si fregia della legge sulle Unioni Civili non poteva riportare esplicitamente la donna nell’ambito oscurantista della procreazione come legittima solo se all’interno di un consacratissimo matrimonio, ma riesce ugualmente a suggerire il ritorno della donna così come contemplata dalle teorie del “contratto sessuale” (Carole Pateman, Il Contratto Sessuale, 1988 – trad.Editori Riuniti 1997).

Questa che sembra solo una stolta campagna di sensibilizzazione mal riuscita, in realtà fa ben più che ammiccare alla retrograda idea per cui sia stata l’affermazione delle donne in campi scientifici e lavorativi, o comunque l’emersione delle stesse dalle mura domestiche a determinare la diminuzione delle nascite, poiché nel documento ufficiale del Fertility Day si sostiene esplicitamente che “La crescita del livello di istruzione per le donne ha avuto come effetto sia il ritardo nella formazione di nuovi nuclei familiari, sia un vero e proprio minore investimento psicologico nel rapporto di coppia, per il raggiungimento dell’indipendenza economica e sociale”.

Si tratta di un ritorno alla divisione sociale del lavoro, in cui le donne sono relegate alla direzione dell’economia domestica e ai compiti di accudimento, cui per la verità non hanno mai abdicato pur dovendo faticosamente conciliare tutti i ruoli, esterni ed interni alla famiglia, che si trovano a dover svolgere. E viene alla mente una dichiarazione resa in Gran Bretagna dai Commissari della Legge sulla Povertà del 1843 secondo cui “se una moglie svolge un lavoro retribuito, nella casa non c’è lo stesso ordine, e il suo (del marito) benessere non riceve la stessa attenzione” (Pateman, cit., pag.181)

Lo stesso matrimonio, quindi, torna ad essere un luogo di scambio contrattuale in cui la donna baratta la propria femminilità con la sussistenza, laddove “la femminilità è stata considerata finora inseparabile dalla maternità, persino sussunta in essa” (Pateman, cit., pag. 281).

La lotta per l’emancipazione è dunque ben lungi dall’essere conclusa, anzi si avverte la necessità di richiamare le donne alla difesa della propria autodeterminazione, della propria femminilità, delle proprie conquiste, soprattutto oggi che il pericolo di essere riscaraventate indietro di secoli è sempre più subdolo.

Infine, ma proprio per pedanteria: se si vuole fare corretta informazione bisognerebbe quanto meno spiegare che per far nascere un bambino lo spermatozoo non deve entrare nel cuore, come illustra il logo dell’iniziativa, e sapere che quando si parla di quella italiana “Costituzione” si scrive con la C maiuscola… o vogliono modificare anche questo?


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