L’Ipermetrope: il Fertility Day e l’attacco all’emancipazione/1

Quando dietro un'immagine (sbagliata) c'è molto di più che un errore

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di Maria Rosaria Nappa

L’Ipermetrope si propone di andare, se possibile, oltre l’immediata reazione ai fatti che vuole analizzare, per cui non è importante la tempestività, lo scrivere just in time rispetto al tema, quanto piuttosto riuscire a farlo riemergere dal facile oblio per dargli una lettura diversa, magari meno di pancia.

Ed è quello che ci proponiamo di fare già dall’esordio: ripescare un fatto che consideriamo gravissimo (vedremo in che senso) per rimetterlo al centro di una riflessione più ampia.

Vogliamo tornare a parlare della contestatissima campagna passata sotto l’orribile nome di “Fertility Day” per andare oltre la rilevazione dell’intollerabile vena offensiva nei confronti delle realtà contemporanee, tanto complesse e articolate da rendere inutile la pretesa di formulare un appello alla bio-opportunità di mettere al mondo dei figli.

Probabilmente l’aspetto veramente offensivo di una bislacca campagna “di sensibilizzazione” è il fatto di pretendere di appiccicare post-it ed emoticons a una delle vicende più articolate e complesse della società. Un dilettantismo ed una superficialità davvero oltragiosi.

In realtà non si tratta di semplici sviste stilistiche o gaffes comunicative, e L’Ipermetrope vuole concentrarsi sul modello culturale che sottende a questi spot.

In prima battuta, effettivamente non si può non condividere la gran parte delle critiche mosse all’iniziativa, di cui anche noi rileviamo il tratto fortemente “colpevolista” nei confronti delle donne (coppie?…) che incuranti dell’inesorabile scorrere del tempo non hanno procreato; colpevolizzazione scevra da ogni riflessione sulle motivazioni della non-maternità che il più delle volte non hanno nulla a che vedere con la pigrizia (“Datti una mossa!”… come se si trattasse di sparecchiare la tavola). E, insensibilmente, non viene tenuto in alcun conto che una coppia possa non riuscire ad aver figli in quanto sterile, e non solo perché dedita ai sollazzi del talamo; anzi, laddove la responsabilità non viene attribuita alla donna risulta goffo e compie un monumentale errore scientifico, dal momento che la reclame pro-fecondazione equipara la sterilità maschile all’impotenza, come suggeriscono le più triviali immagini spot che raffigurano una buccia di banana o una sigaretta afflosciata.

Ma quello del pessimo gusto non è l’unico scivolone di chi ha immaginato una simile iniziativa, ancora peggio è l’aver pienamente delegittimata la possibilità che la non-maternità possa essere una scelta, spesso dolorosa e frustrante a prescindere dalle motivazioni che la abbiano determinata, a partire da innegabili ragioni economiche che più di tutte sono state sottolineate, come la mancanza di stabilità lavorativa o di strutture ausiliarie.

È davvero necessario ricordare al Governo il fenomeno delle dimissioni in bianco, la carenza di asili nido, il bisogno di reale flessibilità sul lavoro, la necessità di assistenza sanitaria adeguata, ecc…? bisogna ricordarlo a quello stesso Governo che con il Piano Sanitario ha deciso la chiusura dei Punti Nascita a seconda del numero di parti l’anno, senza considerare che i presidi sanitari sono spesso necessari per delle popolazioni che altrimenti non vedrebbero garantito il proprio diritto alla salute? Ed è questa inadeguatezza decisionista, di chi crede che governare un paese sia un esercizio accademico privo di impatto sulle vite reali, che il 14 ottobre scorso ha determinato l’imperdonabile morte di una bimba di Viggiano che per nascere non ha saputo aspettare che l’auto che portava la mamma già in travaglio raggiungesse l’ospedale di Potenza. Perfino con questo si deve fare i conti nel momento in cui si decide di mettere al mondo un figlio, non solo con la clessidra biologica.

Anche la giusta polemica sulle politiche strutturali che sarebbero necessarie per un reale sostegno alla maternità (e paternità) si limiterebbe a cogliere solo l’aspetto più evidente e contraddittorio della campagna promossa dal Governo. Tra l’altro mettendo in dubbio che le maternità attuali, soprattutto quelle che il Ministero della Salute definisce come “attempate” perchè riguardano donne che hanno superato i trent’anni, siano “responsabili”: davvero si crede che una donna divenuta padrona del proprio corpo non sappia che la fertilità decresce in senso inversamente proporzionale alle possibili complicanze di gestazione e parto?

O è piuttosto il Ministero a tacere colpevolmente su quanto emerge da progetti scientifici di rilievo come Ecofoodfertility, una ricerca internazionale che indaga gli effetti di alimentazione, inquinamento e stress sulla fertilità. I primi risultati ottenuti dal prof. Montano dimostrano che la motilità degli spermatozoi nella Terra dei Fuochi e in altre zone molto inquinate è di decine di volte inferiore a quello delle zone più salubri del Paese.

La sciatteria stilistica, l’inadeguatezza mediatica di cartoline e spot distraggono le critiche dal cogliere appieno la portata devastante sotto il profilo culturale che l’incompetenza al potere può determinare.

Al netto delle modalità utilizzate (di quello che la ministra definisce con imbarazzante approssimazione “il messaggio”, anche qui confondendo significante e significante, scopo e mezzo, tanto da dichiarare di essere “pronta a modificare il messaggio, se non è piaciuto”), è l’immagine stessa della donna che sta nelle premesse di questa iniziativa ad essere “pericolosa”: per L’Ipermetrope appare evidente che la maldestra e pomposa campagna ministeriale sia ben più di quel che sembra, ma si inserisca invece perfettamente in quel nuovo corso restauratore posto in essere in molte parti d’Europa, alla stregua dei recentissimi tentativi di rendere nuovamente illegale l’aborto e che hanno motivato manifestazioni di massa a Dublino e in Polonia per impedirne la realizzazione.

Proviamo ad approfondire.


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