image_bookQuesta settimana vi propongo la lettura di “Pane nero” di Miriam Mafai, un libro che mi ha riempito il cuore, la mente, gli occhi. Un libro che ho letto ma ho anche “vissuto” perché ho avuto la fortuna di immergermi nelle pagine di “Pane nero” e, al contempo, ascoltare dalla viva voce del mio papà il ricordo di quel periodo della nostra storia. Papà che ricorda come un solo tedesco, dall’alto del versante nocerino dei Monti Lattari riuscì, per diversi giorni, a tenere in scacco la vallata perché, con la sua mitragliatrice, fece credere alla popolazione stremata che i montagna di tedeschi vi fosse ancora un gruppo e non certo un singolo…. Papà che ricorda la fame, quella vera, quella che ti portava a spiare e a cogliere il momento giusto per rubare le carrube ai cavalli…Papà che ricorda la corsa incontro agli americani che distribuivano gallette e latte in polvere….Papà che ricorda come gli alleati avessero portato anche il ddt per debellare i pidocchi che affliggevano tutti…Papà, occhi lucidi e voce rotta dall’emozione nel rivivere a nel far vivere anche a me, a noi, una parte importante della sua vita…Papà, il mio papà…

Orgoglio e felicità attraversavano l’Italia da Nord a Sud in quel 10 giugno 1940. Un brivido di nazionalistico piacere faceva vibrare Roma, Milano, Torino, Firenze, Bologna, Cosenza, Bari, Palermo. Iniziava una guerra che sarebbe durata poche settimane, mentre era pressocché a portata di mano la vittoria.

Parigi stava per capitolare. La stessa sorte sarebbe toccata in breve anche a Londra. Milioni di donne preparavano la cena ai loro uomini, quando allo scoccare delle otto, via radio, nelle case degli italiani tornavano a risuonare le parole di Benito Mussolini: «L’ora della decisione suprema è scoccata». Iniziava, in una serata d’estate, l’avventura bellica dell’Italia del fascio. Il flusso delle notizie era in buona parte oscurato dalla propaganda fascista, cosicché l’italiano “medio” manteneva una tanto ottimistica quanto infondata fiducia sulla brevità dello scontro. Le previsioni, purtroppo, furono tutte puntualmente disattese. La guerra si protrasse per cinque lunghi anni, durante i quali centinaia di migliaia di donne impegnarono tutte le loro energie nelle più dura delle battaglie: quella contro la fame, contro le bombe, contro una guerra la cui fine non si lasciava neppure intravedere all’orizzonte.

miriam-mafaiMiriam Mafai – cronista e donna – ricostruisce la quotidianità di questo “esercito femminile”. Madri e moglie, giovani e anziane, operaie e mondine, borghesi e nobili, fasciste e partigiane, e poi borsare nere. In “Pane nero” si dipana come un’epopea che va in scena tra le macerie di città bombardate e campagne attraversate dalle fanterie di tutti gli eserciti. Durante gli anni del “pane nero”, le donne furono giocoforza investite del ruolo di capifamiglia.

Miriam Mafai si imbatte in donne che si ritrovano le uniche vincitrici in una guerra perduta. E così decide  di scrivere la storia.  Le storie, storie di donne negli anni dal 1940 al 1945. Partendo da ciò che maggiormente l’aveva colpita. Carla e Lucia, Marisa e Luciana, Lela e Cesira, dicevano tutte, ad un certo punto, quasi come se parlassero a se stesse «però …in fondo è stato bello” (…)». Probabilmente perché, sia pure tra innumerevoli ed inimmaginabili difficoltà – ognuna di loro-dovette imparare a decidere da sola, a scegliere da sola, ad agire da sola. Senza il “paracadute” di padri, mariti, fidanzati. E fu così che ognuna divenne padrona di se stessa. Laddove la condizione femminile nei primi anni ’40 vedeva alle donne concesso pochissimo in termini di libertà ed emancipazione. Tanto che il massimo della trasgressione era fumare di nascosto e, magari, uscire senza marito o fidanzato.  Il tutto supportato dall’immanenza invadente del clero e da leggi appositamente immaginate per impedire alle donne anche un minimo uscita da quel solco che secoli di maschilismo avevano provveduto a tracciare per loro.

Però. “La Fame e la guerra spingono dunque le donne fuori di casa, le obbligano a cercare un lavoro, a prendere decisioni, ad aiutare coloro che sparano o a sparare loro stesse; le obbligano ad uscire dal ruolo che era stato lo affidato dal fascismo e dalla Chiesa, di “moglie e madre esemplare”. (…) Ma una volta vissuta la trasgressione incide nella coscienza di tutte, rivelando l’esistenza e la possibilità di percorsi individuali sconosciuti, certo più accidentati ma anche più gratificanti di quelli che alle donne erano riservati in passato.”

Dunque, alle donne spetta un’inattesa emancipazione durante il secondo conflitto mondiale. A partite dall’onere di imbastire pasti e giacigli per bambini ed anziani pur senza il minimo indispensabile. Dallo stereotipo dell’angelo del focolare domestico, in soldoni, la donna si conquista sul campo il posto  di àncora di salvezza, asse portante di una realtà che, altrimenti, sarebbe evoluta nella deriva totale.

“Pane Nero” è un libro scritto dalla viva voce delle donne, è un incitamento a riscoprire la forza della coesione sociale e politica, derivando dal coraggio e dall’abilità delle donne un esempio fecondo di autentica e dignitosa capacità di rinascita collettiva. L’opera ci consente di rivivere, nelle voci delle donne protagoniste, l’esperienza di una fase scandita dalla drammatica mancanza di libertà e di cibo, ma anche e soprattutto, dalla  volontà di farcela a dispetto di tutto e di tutti, di combattere attingendo a tutte le proprie risorse e  trovando la forza per andare avanti

mafaiMiriam Mafai è morta a Roma il 9 aprile 2012. È considerata  una delle più grandi giornaliste del secolo. Ebrea per metà da parte di madre (Antonietta Rapheael), non ancora ventenne, partecipò alla Resistenza come staffetta partigiana durante l’occupazione di Roma, distribuendo volantini e lavorando, dal 1944, all’ufficio stampa del neo istituito “Ministero dell’Italia Occupata”. Da registrare il ruolo che ebbe quale funzionario del Partito Comunista Italiano. Nel 1957 inizia della sua carriera giornalistica: diventa per “Vie Nuove” – infatti – corrispondente per la Francia, dove sia era trasferita con il marito Giancarlo Pajetta ed i due figli.

L’anno dopo entra nella redazione de l’Unità, diventando nel 1961 redattrice parlamentare. È il momento in cui inizia a mostrare le qualità di una acuta giornalista e scrittrice ironica. Emblematica la descrizione di se stessa, durante la cerimonia di conferimento del premio Saint Vincent, assegnatole nella Camera dei Deputati: «Ho un vestito grigio, un filo di perle un sorriso un po’idiota sulle labbra e – orrore – i guanti». Dal 1983 all’86 assume la carica di  Presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana e dal ‘94 al ’95 deputato Pds.  Un’intellettuale politica di primo livello, una “penna d’oro” che ha raccontato senza fronzoli né edulcorazioni la battaglia delle donne durante la Resistenza, accendendo i riflettori  su un aspetto della Seconda guerra mondiale  per molti versi insolito e poco indagato: la quotidianità spicciola delle famiglie italiane, come piccola storia rispetto alla grande Storia rappresentata dalla guerra. Quella quotidianità affatto scevra da atti di viltà, scelte dolorose, sopraffazioni dettate dalla disperazione e dall’estremo bisogno, dall’innata con concretizzazione del … mors tua vita mea.


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