Una sorta di “Novellino” dei giorni nostri. Formato Maurizio de Giovanni. È questo, a mio modesto parere “Le solitudini dell’anima”. Si tratta di una raccolta di racconti del giallista partenopeo di cui presto potremo apprezzare la trasposizione filmica (stanno ultimando le riprese della fiction televisiva) di uno dei best seller – I bastardi di Pizzofalcone.

mauriziodegiovanniI testi assemblati ne “Le solitudini dell’anima” – venti –  sono molto diversi tra loro. Per lunghezza, per argomento, per epoca di stesura. Eppure, il sottile filo che li unisce è l’inconfondibile modo che de Giovanni ha di impiegare la scrittura: uno strumento per raccontare storia. Storie di ogni genere. Storie capaci di fotografare quel “crogiolo” di umanità che è Napoli, quella miscellanea di sentimenti che anima e agita una città la cui urgenza è anche quella di liberarsi dagli stereotipi. Perché la Napoli vera raccontata da Maurizio de Giovanni non è più – o non è solo – la città del sole e della pizza, ma è la città dell’ombra e delle ombre. Una città che è la linfa vitale della scrittura di Maurizio de Giovanni. Una città che si dipana davanti agli occhi di tutti, ma che con la maestria di de Giovanni diventa racconto, romanzo, letteratura.

Dieci centesimi”, il racconto di apertura de “Le solitudini dell’anima”, per la prima volta ci mostrano un Luigi Alfredo Ricciardi giovanissimo e ci portano a conoscenza anche del perché, partito dal paese per studiare Filosofia, alla fine imbocca al strada degli studi di Legge. La prima tessera del mosaico della sua vita da commissario di polizia. Un modo per catapultarci ancora di più nell’esistenza di quell’uomo dagli occhi di ghiaccio e dal ciuffo ribelle, orientata dall’incontro\sconto con il Fatto (Ricciardi riesce a vedere i morti di morte violenta – quando il cadavere ancora non è stato rimosso – e quelli, di volta in volta – gli dicono una frase-rompicapo la cui soluzione il commissario agguanta una volta fatta luce sul caso). Pagine da mettere assolutamente in pendant “L’omicidio Carosino, Le prime indagini del commissario Ricciardi” (2012).

Nella prefazione Paola Egiziano ci coinvolge in una rivelazione: proprio dalla lettura di questa raccolta ha capito realmente perché alcuni leggono una matrice femminile nell’ispirazione di Maurizio de Giovanni. Lo ha fatto soffermandosi, per esempio, sull’ondata di commozione che ti arriva addosso con “Ti voglio bene”, o anche sul delicato approccio che caratterizza “Tu, e il nuovo anno”.

6423193_883461Nel libro “Le solitudini dell’anima” ci sono scritti per ogni palato: quelli di un de Giovanni ancora un po’ acerbo, di taglio sentimentale emotivo; quelli squisitamente noir; quelli ispirati a vicende reali della propria o dell’altrui quotidianità; quelli per i quali l’unico possibile aggettivo è “napoletani”, per spirito oltre che per ambientazione. Sto parlando, in particolare, di “Respirando in discesa” e “La Saponata ai Quartieri Spagnoli”. Non mancano quelli di tono ridanciano come “Le beffe della cena, ovvero: piccolo manuale di sopravvivenza nell’intrattenimento in piedi”. Né quelli che si agganciano alla più incalzante attualità (nel caso specifico la questione degli immigrati), come “Fastidio”.

Una chicca nello “scrigno” è “Tutta quell’acqua”, tributo allo scrittore Edoardo Galeano, un eccelso sopravvissuto del regime di Videla in Argentina. Una “voce fuori dal coro”, una di quelle scomode da far cancellare dall’azione degli squadroni della morte. Una voce cui de Giovanni fa dire, nel suo racconto, «Per togliere la paura e metterci la vita, che duri cinque minuti o mille anni. A questo servono le storie che devo raccontare».

Poco meno di duecento pagine che non possono mancare nella libreria di casa vostra.

Una postilla mi riservo all’unico scritto, da quando “divoro” de Giovanni, che – confesso fuori dai denti – non mi è piaciuto. Si tratta di “Poverini” , pagine che, celando sotto mentite spoglie la reale indole della voce narrante, piomba il lettore in un storia di cannibalismo! Anche se tutto viene lasciato (il maestro è il maestro!) alla fantasia di chi trova la cesura della lettura, ma l’innesco dell’immaginazione nella frase che chiude il racconto. Un genere che non amo. Un dettaglio che neanche la mia smodata passione per de Giovanni mi ha fatto dimenticare.


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