La Mennulara” è stata uno delle più interessanti scoperte che ho compiuto, assolutamente per caso, nel mio percorso di lettrice. Mi sono ritrovata a comprare l’opera prima di Simonetta Agnello Hornby su consiglio del mio libraio di fiducia, durante un periodo di assenza (con annessa crisi di astinenza da parte mia) di nuovi scritti di Maurizio de Giovanni, una paio d’anni fa. Ovviamente con la postilla-chiave da parte di chi mi ha messo quel testo tra le mani: «Guarda che è tutt’altro genere». Abituata come sono a non uscire mai da una libreria a mani vuote, prendo il testo. Inizialmente davvero tanto per… Ed ecco che mi trovo letteralmente travolta da una lettura avvincente, seducente, affatto semplice o banale. Da inserire a pieno titolo nel mio personalissimo catalogo affettivo-psicologico dove ha un posto di tutto rispetto anche – lo dico in ragione di un dato geografico di cui sto per dirvi – Andrea Camilleri.

coverSicilia,  Anni Sessanta. La Mennulara (raccoglitrice di mandorle, laddove “mennule” – nel mio dialetto – significa albicocche con una trasposizione legata alla forma del nocciolo) muore di malattia, lasciandosi dietro di sé –al contempo – astio e riconoscenza per un’esistenza offesa spesa al servizio degli altri, con dignità, ma senza alcuno scopo religioso. Eppure, la Mennulara ha una sorta di “conto aperto” con Dio, con Lui che le ha “maltrattato” la vita. Tanto che lei non lo ripaga con preghiere. Man mano che si scorrono le pagine di Simonetta Hornby, emergono particolari inaspettati sulla storia della criata di casa Alfallipe che, da vittima che era, assurge a carnefice, tenendo – come burattinania – i fili di tante esistenze.

È  il 23 settembre 1963. Muore Maria Rosalia Inzerillo, domestica della famiglia Alfallipe, del cui patrimonio è stata da sempre oculata amministratrice. Le voci favoleggiano di un’enorme ricchezza che la donna avrebbe accumulato, forse favorita dalle relazioni con la malavita locale. Tutti parlano, ma sanno e non sanno. Il racconto si snoda in una settimana e mezza.

C’è chi odia e maledice la Mennulara, anche ora che non c’è più, e chi la ricorda con gratitudine. Senza di lei Orazio Alfallipe, uomo sensuale e colto, un donnaiolo che – ricco padrone qual è – spende e spande, avrebbe completamente dilapidato denari e  proprietà. Senza di lei Adriana Alfallipe, la moglie di Orazio – brava donna incapace di leggere i segnali dei mille tradimenti del marito – una volta morto il marito, sarebbe rimasta sola in un palazzo enorme e vuoto dove si avverte solo l’eco della sua scarsa esperienza del mondo e della sua incapacità di cogliere malvagità negli altri. Senza la Mennulata i figli di Orazio e Adriana, Lilla, Carmela e Gianni, arroganti e presuntuosi, senza spina dorsale, con alle spalle matrimoni riusciti male e del tutto privi di rispetto per la madre, sarebbero cresciuti senza un futuro.

AgnelloNonostante questo i tre fratelli, tornati nell’oramai deserto palazzo di famiglia, sono convinti di avere – ognuno dal proprio punto di vista –  dei buoni motivi per sentirsi illusi e beffati da quella donna, apparentemente rozza e ignorante, ma dal cervello fino (tanto da essere riuscita a tenere in scacco finanche un boss della mafia. Non a caso al suo funerale si intravede, anche se per poco, il capomafia di zona, don Vincenzo Ancona) e che ha lasciato loro uno strano testamento. Un frammento dopo l’altro… ecco venir fuori un affresco che è l’eccezionale ritratto della Mennulara e, al tempo stesso, lasciare che prenda forma un palcoscenico di misteri e passioni, di personaggi e di visioni – disegnate, sera dopo sera, dal chiacchiericcio alle portinerie, dal cuttigghiu, da quello spettegolare che ingigantisce e miscela – intorno alla figura della donna morta – rabbia, passione, intelligenza. Perché più una cosa non si sa, più è ricca la materia prima per portinai, bottegai, domestiche.

Alla morte di Orazio Alfallipe,  gli era successa la Mennulara. Gli eredi di casa, infatti, si erano trasferiti in altri luoghi. Quando anche per Mennù i giorni sulla terra finiscono, i tre ritrovano a casa della madre e si aspettano (pretendono praticamente) il lascito della Mennulara: infatti, la donna aveva come parenti solo due nipoti, ma considerava gli Alfellipe la sua vera famiglia. Da quel punto del romanzo prende il la un ininterrotto susseguirsi di eventi, ora tragici ora persino pericolosi. Fatti che porteranno al naufragio definitivo della famiglia, già gravemente segnata della morte di Mennù, che era riuscita a tenere di Alfallipe lontani dal baratro.


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