È un libro che – secondo il mio modesto parere – va letto perché regala qualcosa che rende migliori. È il motivo per il quale ho letto ed ho fatto leggere “Io sono Malala”.

Per la verità, ho azzardato anche un esperimento. A scanso dell’età anagrafica e delle potenzialità che vengono messe in moto rispetto alle letture cui si accosta (spontaneamente o … per induzione), ho proposto la lettura di “Io sono Malala” in tre classi: primo, secondo e terzo anno della Scuola Secondaria di Primo Grado. Medie, tanto per capirci meglio. Ovviamente, indicando diversi approcci da adottare, in una sorta di crescendo degli strumenti di comprensione e di analisi a disposizione dei ragazzi.

iosonomalalaIl libro è la biografia di una ragazza speciale, coraggiosa e con un ideale che rischia di costarle il più prezioso dei doni: la vita stessa. “Io sono Malala”, di Malala Yousafzai, è un libro che lascia in chi lo legge una traccia indelebile.

La giovanissima Malala racconta la storia della sua terra, quello Swat, di cui ci fa chiaramente vedere le bellezze naturali e non solo. I ragazzi, a scuola, hanno guardato a quella regione lontana con gli occhi di Malala, l’hanno ammirata con gli occhi di Malala ed amata con il suo cuore. Rammaricandosi e rattristandosi con lei quando si sofferma sul fatto che l’arrivo dei talebani ha trasformato quel paradiso in un inferno da cui, a causa della paura, si tengono lontani i turisti. Qualcuno ha tracciato finanche un parallelo tra la distruzione di una statua-simbolo di Budda e lo scempio compiuto dall’Isis a Palmira!

Malala dice della sua famiglia, lasciando che faccia breccia in noi quell’amore tenero eppure tenace che unisce il papà e la mamma. Delinea il ritratto di un padre in prima linea per fare delle scuole avamposti di civiltà ed emancipazione e di una madre generosa, forte, fedele e devota, schierata sempre a sostegno del marito. Anche quando intenzioni ed azioni si traducono in aperta, pericolosissima opposizione ai talebani e al loro regime fondato sul terrore.

malala2Questa piccola grande donna condivide con chi legge il suo scritto la sua breve, ma incredibile vita dedicata alla lotta in favore dell’istruzione (e, direi, più in generale all’affrancamento da ogni forma di sudditanza) delle donne nel mondo, sulle orme di uno dei suoi idoli, Benazir Bhutto. Ci parla del Pakistan, delle tradizioni della cultura islamica, di cosa significhi essere pashtun.

L’11 settembre è solo uno dei tanti eventi cruenti, assurdi, drammatici che avevano – quando Malala scrive – alimentato un clima di sospetto, se non addirittura di manifesta ostilità per tutto ciò che è musulmano. La coraggiosa, tenace, caparbia ragazzina ci parla – tanto per sgomberare il campo da dubbi e fraintendimenti – di uomini e di donne disposti a tutto per impedire che integralisti-estremisti seminino terrore misto ad una terrificante deformazione del messaggio coranico.

Malala ripercorre l’affermazione del regime talebano, l’arrivo degli integralisti, la propaganda delle loro idee affidata a trasmissioni radio. I divieti. Tanti, troppi, soprattutto a carico e delle donne, considerate creature inferiori che null’altro dovrebbero fare se non stare chiuse in casa, uscire solo se accompagnate da un parente uomo, indossare il burqa, evitare si studiare, non cantare, non ballare, non ridere!

malala3Cibandosi della cultura dell’avanzamento, del progresso democratico Malala, fuori dai denti, afferma che i talebani, pur sostenendo di agire per l’Islam, nel nome del Profeta, nel solco del Corano, impongono leggi che non rispecchiano affatto il volere di Dio: niente tv, niente dvd, niente musiche se non approvate, niente vaccini; perché tutto questo – dal loro punto di vista – è occidentale, quindi “infedele”. E chi trasgredisce è un traditore della legge e del suo popolo. Perciò merita la morte. E a morte Malala era stata condannata quando alcuni uomini salgono a bordo dello scuola-bus che la stava riportando a casa e le sparano alla testa.

Il piombo miracolosamente la risparmia. Numerose e delicate le operazioni chirurgiche cui viene sottoposta. Per tornare quella di prima, più o meno, Ma, soprattutto, per riconquistare il sorriso di cui il padre andava oltremodo fiero. Il mondo intero si commuove e si mobilita. Le fa sentire quanto abbiano fatto rumore i colpi che le sono stati esplosi contro.

Viene finanche lanciata una campagna di sensibilizzazione “Io sono Malala” (da cui poi l’origine del titolo del libro), affinché entro il 2015 fosse assicurata l’istruzione a tutti i bambini. Malala si rimetter in piedi, parla alle Nazioni Unite,  riceve il  premio Nobel per la pace e continua a portare avanti la sua coraggiosa lotta per il diritto delle ragazze e delle donne ad avere un’istruzione. L’attentato che avrebbe dovuto zittirla per sempre ha invece reso la sua voce ancora più potente, il suo messaggio ancora più incisivo, il suo esempio ancora più pregnante. È la trasposizione letteraria del credo che anima chi è disposto a morire pur di poter studiare.


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