Libri: Il giardino dei Finzi-Contini

Ho preso la sana abitudine di leggere o rileggere in tandem con i miei ragazzi (scusate, chiamo così i miei alunni) i libri che consiglio (si fa per dire!) mensilmente. Trovo che sia un esercizio di eccezionale crescita per me, laddove ho modo di riaccostarmi con occhi diversi ad alcuni cosiddetti “classici”, opere che – di tanto in tanto – vanno tirate fuori dalle polverose biblioteche e appoggiate sul comodino dove troneggia la lampada da notte.

Ed è per questo che ho ripreso in mano “Il giardino dei Finzi Contini” di Giorgio Bassani. Abbiamo iniziato intorno alla metà di dicembre. Avevo fatto i miei conti: arrivare a ridosso della Giornata della Memoria, il 27 gennaio. Per vivere in maniera diversa, più consapevole ma anche più “protetta” – gli effetti delle leggi razziali sono sullo sfondo – una data che segna una linea di discrimine netta nella storia dell’umanità.

Il romanzo muove da un’immagine funebre e da un ricordo: una gita domenicale si conclude con una tappa alla necropoli etrusca di Cerveteri.  Nella mente del narratore – un io narrante che richiama molto da vicino l’autore – riaffiora il ricordo della grande tomba della famiglia Finzi-Contini, nel cimitero ebraico di Ferrara. L’immagine trascina sotto i riflettori della memoria gli anni giovanili dell’io narrante e il legame tra lui e a quella famiglia. Nelle Ferrara degli anni Venti e Trenta, fanno parte la famiglia del narratore e quella dei Finzi-Contini, entrambe ebree.

Mistero e curiosità avvolgono i Finzi-Contini, Micòl e Alberto, i coetanei del narratore, la loro villa con annesso immenso e splendido giardino, la fobia della padrona di casa che – ossessionata dal timore delle malattie – fa studiare i figli tra le mura domestiche.

Bocciato in matematica, l’io narrante vaga sconsolato in bicicletta, divorato dal senso di vergogna ma, ancor più, dal timore delle reazioni della famiglia, del padre in particolare. E’ in quel. Frangente che incontra così Micol che esercita da tempo su di lui un fascino notevole. Dovrà, però, attendere quasi dieci anni per varcare la soglia di quel giardino che alimentava in lui fantasie e desideri.

E’ 1938: si fanno stringenti le conseguenze delle leggi razziali. Il protagonista, che frequenta l’università, riceve un inatteso invito a giocare a tennis nel campo privato di Alberto e Micòl. Il circolo del tennis di Ferrara ha cominciato a ritirare le tessere degli iscritti ebrei. Il narratore inizia a frequentare assiduamente la “magna domus”. Al gruppo ristretto di invitati si aggiunge spesso Giampiero Malnate, un perito chimico di tendenze marxiste. Il giardino dei Finzi-Contini viene a configurarsi come una bolla in cui irrompe solo l’eco sfumata della tragedia che incombe sugli ebrei. Diventa intensa ma anche ambigua l’amicizia tra il narratore e Micol. Tanto che lui scambia quel sentimento per amore. Ma tutto resta latente.

La partenza della giovane donna per Venezia dove deve terminare i suoi studi universitari non interrompere le visite del protagonista a casa Finzi-Contini. La frequentazione gli dà l’opportunità di conoscere meglio con il padre di Micòl e di Alberto, il professor Ermanno, che lo aiuterà per la tesi. Con Alberto Finzi-Contini e con Giampiero Malnate s’intesse in lunghe conversazioni sulla crisi internazionale che annuncia l’imminenza della Seconda guerra mondiale. In occasione delle festività per la Pasqua ebraica Micòl torna a casa. Invitato per salutarla, l’io narrante la bacia, ma viene respinto. Quella per Micòl fredda e sfuggente diventa ossessione. Tutt’intorno le inquietudini che preludono alla discesa in guerra dell’Italia, al fianco della Germania nazista.

Il protagonista inizia a passare sempre più tempo a parlare di politica con Malnate. Con lui si reca anche in un bordello. Tornato a casa, ha un risolutore colloquio faccia a faccia con l’anziano padre. Va per un’ultima volta al giardino dei Finzi-Contini dove ha una sorta d’illuminazione. Che, naturalmente, non vi racconto.

Dopo quella notte, il mondo dei Finzi-Contini si è chiuso per sempre. Tra i tanti eventi luttuosi i Finzi-Contini vengono deportati nei campi di sterminio dopo l’8 settembre 1943…

Se ne avete voglia, leggete quella che di Bassani è l’opera più famosa. Se, per caso, cercaste una via più comoda, optando per la visione del film che 1970 diresse l’eccelso Vittorio De Sica, sappiate che – però- Bassani chiese, in seguito a divergenze evidentemente insormontabili – che il suo nome fosse finanche cancellato dai titoli di coda.


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