Scontrarsi con i racconti di Carver può rivelarsi una vera e propria epifania. Autore controverso come la storia che ha connotato la propria sfera personale e di narratore, contraddistinta da bruschi black-out dovuti all’alcool e a dissesti familiari che hanno inevitabilmente influito sulla stesura dei suoi racconti. Più di tutto il suo complicato rapporto con l’editor Gordon Lish per cui l’autore americano ha sacrificato parte della propria integrità pshichica (le lettere raccontano un rapporto di assoluta sudditanza) dinanzi ai continui tagli – talvolta pari a circa il 50% rispetto all’originale – effettuati da Lish. Il viaggio dalla working class all’olimpo degli scrittori è lastricato di difficoltà e a Carver costa quasi la vita. A circa 20 anni dalla sua morte, però, confrontarsi con le sue opere offre sempre un interessante spunto di riflessione [«Arrivo a sottoporre un racconto persino a quindici revisioni. A ogni revisione il racconto cambia. Ma non c’è nulla di automatico; si tratta piuttosto di un processo. Scrivere è un processo di rivelazione»] su come sia mutato nel corso del Novecento la forma e i tratti stilistici del racconto breve e, soprattutto, scavare a fondo in sentimenti vividi, che consumano. Noi spettatori inermi, ancora inesperti in amore. Insomma: Principianti.

raymondcarver“Principianti” è la versione originale della seconda raccolta di Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore datata 1981. Un’opera che riesce a mostrare, nella sua interezza, tutta la fragilità del Carver scrittore. Superati e recuperati i numerosi colpi di cesoia ad opera dell’editor Lish, il corpus dei racconti carveriani si arricchisce delle sottili sfumature che l’autore americano rivendicava e che egli stesso definiva «indispensabili per il proprio equilibrio psichico e di scrittore». Principianti è un viaggio sofferto e doloroso eppure mai patetico, dove i piccoli particolari sono elementi capaci di ribaltare un intero racconto: sguardi, dialoghi, pensieri, brevi passaggi descrittivi vivono in funzione della grande macchina narrativa messa a punto da Carver che, nella sua semplicità, imprime sulla pelle del lettore le proprie parole. C’è un dolore sottile in questi racconti, una fitta o più semplicemente una vertigine costante che concede all’occhio del lettore di spiare vite apparentemente semplici ma sempre significative. Piccoli avvenimenti capaci di mutare la quotidianità dei protagonisti. Eroi tragici intrappolati in vite canoniche.

E poi, soprattutto, si beve. C’è sempre l’alcool ad innaffiare i pensieri, le riflessioni, le mille digressioni che i protagonisti si concedono. Le scelte, gli errori, i ripensamenti, i dialoghi sull’amore sono sempre accompagnati da un buon bicchiere. Eppure in Carver l’alcool non è mai privo di significato: i suoi personaggi non sono mai incoscienti (salvo in rari casi) o annebbiati dal bere, anzi c’è un bisogno quasi fisiologico di ricorrere alla bottiglia per avere un quadro più chiaro della situazione. Probabilmente solo un modo per esorcizzare una problematica che a Carver stava per costare la vita eppure è la lucidità a farla da padrone, anche dopo diversi bicchieri di gin.

Ma Principianti è anzitutto un romanzo d’amore. Carver è un romantico ed è un piacere raymond-carvergodere delle migliaia di sfumature che riesce a trasmettere ai propri personaggi. Di cosa parliamo quando parliamo d’amore è un’intuizione di Lish che sintetizza perfettamente l’entità di questi racconti. C’è sempre l’amore sottotraccia in tutte le sue forme: fraterno, coniugale, genitoriale così come fisico, erotico. Eppure proprio in un dialogo acceso del racconto omonimo “Principianti”, viene fuori il Carver minimalista: «In effetti noi che ne sappiamo dell’amore? Secondo me siamo tutti nient’altro che principianti in fatto d’amore. Ho grosse difficoltà a fare i conti con il fatto che devo aver amato anche la mia prima moglie» C’è cosi tanta nitidezza tra queste pagine che a volte sembra poter veder l’anima dei protagonisti. È un miracolo concesso a pochi e frutto di una genialità ponderata che rende tangibile il concetto di scrittura come rivelazione. Leggere Raymond Carver è un po’ dover fare i conti con sé stessi ed è talmente vero che sembra impossibile.


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