Un mese senza di lui. Un mese senza poter leggere – almeno sul social network – le sue perle di saggezza, pregnanti di carità cristiana e profondi valori. Elementi che è possibile scorgere in un post pubblicato su Facebook meno di una settimana fa: “Dj Fabo è morto. Ora la nostra domanda è semplice: speculando su questa tragedia che volete? Volete il sistema svizzero, che sopprime un disabile a listino prezzi? Iniezione di pentobarbital, pratiche e funerale, diciottomila euro tutto incluso. Volete sfruttare l’onda emotiva per ottenere questa vergogna? Hitler almeno i disabili li sterminava gratis. No signori, voi non volete davvero dare allo Stato la possibilità di costruire un sistema in cui ci sia una finta “scelta” tra curare i sofferenti con centinaia di migliaia di euro all’anno o finirli con una iniezione di pentobarbital il cui principio attivo costa 13 euro. Non la volete la legge sull’eutanasia che hanno in Belgio, Olanda e Lussemburgo che nel 2001 hanno soppresso 60 persone e nel 2016 oltre 15mila e non erano 15mila Dj Fabo. Non fatevi fregare. Non volete l’inferno”.

A firmarlo, l’ex parlamentare del Pd e attuale leader de “Il popolo della famiglia”, Mario Adinolfi che – proprio a causa di queste righe – si è guadagnato un ban (ovvero la sospensione dell’attività dell’account) della durata di un mese dal social network. Per essere più precisi, la sospensione di 30 giorni da Facebook sarebbe scaturita, ovviamente, da un rigo solo, quello contenente il riferimento a Hitler e le sue amabili pratiche di sterminio, paragonando cose che tra esse hanno la stessa connessione che avrei io con il premio Nobel per la fisica.

Provocazione? Troppo comodo, ormai, mascherare cavolate belle e buone da provocazioni. Soprattutto perché c’è chi, come i seguaci di Adinolfi, queste pseudo-provocazioni le prende sul serio – così come quelle esternate da tanti altri tuttologi dei nostri tempi – dando vita a una spirale di odio e intolleranza senza precedenti, alla base di ogni estremismo contemporaneo e non. Oddio, il ban mi è parso un provvedimento, oltre che inutile (dal momento che non gli farà cambiare certamente idea), esagerato anche perché – intanto – continuano a sopravvivere pagine ben peggiori.

Partiamo da un presupposto fondamentale: Adinolfi è cattolico e di certo non ci si sarebbe potuto aspettare che applaudisse o esprimesse parole in favore della decisione di Dj Fabo – cieco e tetraplegico a causa di un grave incidente stradale – di andare in Svizzera a morire per porre fine alle sue sofferenze. Ergo, liberissimo di esprimere la sua posizione per quanto non condivisibile (almeno a mio avviso). C’è, però, da considerare un punto fondamentale: libertà d’espressione non è sinonimo di libertà di dire abomini, fesserie, aberrazioni come quella scritta da Adinolfi su Facebook. Perché quel riferimento ad Hitler e allo sterminio dei disabili “aggratis” è semplicemente questo. No, perché – se così non fosse – domani mattina potrei tranquillamente svegliarmi e sostenere che il cielo è viola, che l’Olocausto non sia mai esistito, che le guerre in Medio Oriente siano tutte invenzioni e sbandierare orgogliosamente le mie posizioni perché, ehi, c’è la libertà di pensiero ed espressione. Peccato che non funzioni proprio così e che fatti storici e buon senso giochino un ruolo fondamentale nell’elaborazione delle idee. Solo che non tutti sono adeguatamente forniti né della conoscenza degli uni né dell’altro. Essere convinti di una cosa non equivale, insomma, al fatto che sia vera.

Ma il buon Marione Adinolfi non è certo nuovo ad “uscite” di tal fatta e, nel corso degli anni, ha esplicitato – sui più disparati argomenti – interessanti tesi, molte delle quali – c’è da dire la verità – perfettamente in linea con la sua linea ultracattolica, nonostante qualche piccola contraddizione che lo riguarda proprio da vicino. Il condottiero della famiglia tradizionale, infatti, è un uomo divorziato e risposatosi a Las Vegas. Certo, questi saranno pure fatti suoi ma, se fossi in lui, eviterei di pontificare su famiglia tradizionale e amenità varie.

Ben chiara la visione che il giornalista ha dell’attuale società, nella quale lui prova a rivestire il ruolo di ribelle, difendendo a spada tratta il suo essere bigotto. Lo scorso 23 luglio, su Twitter scriveva: “Avrei voluto essere il ribelle di una società bigotta, ma in una società di troie e rottinculo l’unica ribellione possibile è essere bigotti”. Inutile che vi specifichi a chi si riferiscono i due elegantissimi epiteti utilizzati dal messere. Una visione che si collega strettamente a quella che il buon Adinolfi ha del rapporto tra uomo e donna, una meraviglia targata 2014: “Non si sostiene che la donna deve stare a casa né che deve occuparsi solo della famiglia – diceva risponendo a un commento di tal Antonio – Qui si afferma che uomini e donne NON sono uguali. Che esiste uno specifico femminile. Che prendersi cura di casa, marito e figli è in queste specifico. Che vivere la propria femminilità puntando a una falsa uguaglianza con il modello maschile, spesso in ostilità con il mondo maschile, guardando agli uomini come nemici e oppressori, è una stronzata. Una stronzata galattica”. Palese è il retaggio religioso di questa affermazione. Per carità, convinto lui e felice sua moglie, nessuno osa metter bocca. Solo che sembra un pensiero un po’ anacronistico ma forse sono io ad essere troppo progressista.

Noti anche i suoi intriganti studi scientifici su pedofilia e omosessualità: “Tutti i pedofili sono gay”. Questa, in sostanza, la tesi dell’ultras cattolico. Sempre per quanto riguarda la pedofilia, secondo l’esimio studioso e giocatore di poker, “considerata la vastità della chiesa, in fondo, le 1.200 denunce di pedofilia non sono poi molte”. Cosa vuoi che siano, infatti, oltre mille casi di preti che hanno abusato di bambini, eh? Quisquilie.

La garanzia della libertà di esprimere il proprio pensiero non deve diventare, come invece rischia di accadere, la giustificazione per poter sfogare le proprie frustrazioni verso questa o quella categoria di persone, al fine di portare l’acqua al proprio mulino. La strumentalizzazione di un sacrosanto diritto altro non è che un abuso, una violenza perpetrata ai danni di quello stesso diritto.


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