Libera Chiesa in Libero Stato?

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La recente vicenda di Dj Fabo, evidenziando l’ennesima lacuna legislativa in tema di diritti civili, induce ad una riflessione sul principio di laicità dello Stato che nel nostro Paese stenta ad affermarsi per svariate ragioni storiche e sociali. Non c’è dubbio, infatti, che la difficoltà a legiferare su determinati argomenti che riguardano la sfera individuale è dovuta, in gran parte, all’influenza che le gerarchie cattoliche hanno sulla vita politica italiana, oltre che alla ritrosia manifestata dalle forze politiche di matrice socialdemocratica e liberale timorose di perdere il voto dei propri elettori cattolici.

La contrapposizione Stato-Chiesa affonda le sue radici nel Risorgimento: l’Unità d’Italia è stata sostanzialmente fatta con l’opposizione del Vaticano. All’indomani della breccia di Porta Pia e della proclamazione di Roma Capitale, un vero e proprio steccato sorse tra Quirinale e San Pietro, culminato con il non expedit di Papa Pio IX che nel 1874 impose ai cattolici di non partecipare alla vita politica del neonato stato unitario. Soltanto coi Patti Lateranensi e poi con l’art. 7 della Costituzione che di fatto li recepisce, la contrapposizione si risolve: comincia una fase , anche per la presenza di un partito popolare dichiaratamente cattolico che, seppur in apparenza improntata al principio separatista espresso col motto ottocentesco  di Libera Chiesa in Libero Stato, di fatto vede un’ingerenza abbastanza costante della Chiesa negli affari dello Stato, ingerenza non attenuata neppure dalla modifica dei Patti Lateranensi del 1984.Immagine-firma-Patti-Lateranensi

La laicità dello Stato è un valore a cui dovrebbero tendere tutti, innanzitutto i cattolici. Siamo soliti rimproverare, a ben ragione, alle Nazioni islamiche la natura religiosa dello Stato che conduce a regimi in cui vigono incomprensibili apartheid sessuali e principi talmente rigorosi in materia di morale che negano le più elementari forme di libertà individuali. Sono, quelli islamici, Paesi in cui la mancanza di laicità diventa la fucina di dottrine estremiste che producono le varie forme di terrorismo che purtroppo abbiamo imparato a conoscere da molti anni a questa parte. Lo Stato laico invece, in cui la sfera religiosa è tutelata, protetta ma non ne ispira la legislazione, è uno Stato che tiene conto ovviamente di tutti i suoi cittadini, credenti o agnostici, cattolici o protestanti, e che garantisce a tutti i cittadini di esercitare i propri diritti in piena libertà.

La scelta dei propri comportamenti, se ispirata a principi religiosi, resta una scelta individuale che non può impedire, a chi la pensa diversamente in fatto di credo religioso, di essere libero di esercitare i propri diritti alla luce di altre e diverse convinzioni purché conformi alle norme generali che regolano la convivenza dello Stato. Se la fede religiosa induce, ad esempio, a non praticare l’aborto, non si comprende il motivo per cui esso debba essere impedito, verificandosi determinate condizioni, a chi quella fede non ha. Sembra un principio scontato, eppure una legge che regoli l’interruzione di gravidanza ha dovuto aspettare 30 anni dall’entrata in vigore della Costituzione prima di essere promulgata. Il principio di laicità in materia di aborto ancora oggi trova ostacoli, tanto è vero che la Regione Lazio, per superare il fenomeno dei medici obiettori di coscienza, ha dovuto indire un concorso apposito per ginecologi disposti ad effettuare le interruzioni di gravidanza. Altri esempi si potrebbero fare: la legge sul divorzio che non fu abrogata col voto decisivo proprio dei cattolici (in questo caso più laici del proprio partito di riferimento), la legge sulla procreazione assistita, la lunghissima querelle sulle unioni civili conclusa con una legge soltanto l’anno scorso.

La fede religiosa, anche quella cristiano-cattolica, investe la sfera delle proprie convinzioni più profonde e personali: essa , al  di là dei riti liturgici del Battesimo e della Prima Comunione che si ricevono in età nelle quali non è possibile  effettuare scelte responsabili, non può essere imposta, tantomeno dallo Stato, altrimenti perderebbe di significato. Se lo Stato decidesse di improntare la sua legislazione a principi religiosi, potrebbe dirsi uno Stato libero? Non sarebbe uno Stato che discrimina i propri cittadini e quindi, in un’ultima analisi, non sarebbe uno Stato simile alle dittature di ogni colore politico che si sono diffuse nel mondo, soprattutto nel Novecento?

Lo Stato laico non è uno Stato privo di valori; al contrario è uno Stato in cui vengono riconosciuti ed esaltati i valori di tutti i suoi cittadini, in cui viene assicurata a ciascuno la possibilità di mettere in pratica i  propri convincimenti morali purché siano conformi ai principi generali sanciti dalla Costituzione.

Il cattolico da parte sua cerca di improntare la propria esistenza agli insegnamenti del suo credo, ha il compito di evangelizzare la società diffondendo le sue idee e non attraverso un’imposizione forzata. Non è certo suo scopo fondare uno Stato o occuparlo con la forza.

Le reazioni piuttosto morbide della Chiesa ufficiale nel recente caso di Dj Fabo, in linea con le direttive impresse da Papa Francesco, sembrano presagire un cauto mutamento di linea nei rapporti tra gerarchia cattolica e politica italiana. D’altronde nel Vangelo è scritto: “Date dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”: la separazione tra Stato e Chiesa era già chiara a Colui che pronunciò questa frase ormai duemila anni fa.


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