Le emozioni dell’anima raccontate con i colori: il grido nel silenzio nelle creazioni artistiche di Marta Vaccari

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CORTINO (TERAMO) “Vivo a Cortino, questo piccolo paese della provincia teramana, da sempre. Ma con la mia mente, imprigionata in un corpo costretto a stare fermo, ho percorso chilometri e chilometri di strada, viaggiando in ogni angolo del mondo”.

Eccole, le emozioni dell’anima di Marta Vaccari: un’artista capace di infrangere le barriere imposte dal corpo e dalla malattia congenita che la costringe a limitare la sua vita, rendendo libera la mente di essere altrove da tutto. Dalla realtà, dalla vita, dalla sofferenza, perfino dalla morte.

Nata a Teramo quasi 40 anni fa e da sempre vissuta nel borgo di Cortino, antico comune dello “Stato di Roseto” poi trasformato nella provincia napoleonica del Primo Abruzzo Ulteriore, Marta sorprende per la forza dirompente della sua vitalità fin dalle prime battute dell’intervista, scambiate in una tranquilla domenica pomeriggio di un agosto caldo e sonnolento.

Polis SA Magazine ha raccolto la sua storia, fatta di colori, esperimenti, creatività, fatta di una lotta quotidiana contro un male che corrode il corpo e la mente ma che ha reso Marta capace di arrivare oltre le apparenze, oltre la superficie delle cose e delle persone, fino a toccare quel luogo nascosto e pericoloso che è l’anima.

“Qualsiasi cosa può diventare espressione dell’arte – racconta l’artista – ho dipinto su ogni tipo di materiale e di oggetto, dalla ceramica, con tecnica a freddo, fino ai tradizionali carretti abruzzesi in legno. Me li portava un vecchio signore di cui ho smarrito memoria del nome, un artigiano che ancora li realizzava”.

E sono esplosioni di colori, macchie vivaci accostate con prepotenza le une alle altre, disegni dai tratti morbidi, che ricordano nelle forme e nello stile la spontaneità e l’ingenuità dei bambini, ma anche graffi, grida silenziose, fissate su tela o su carta o su argilla, a descrivere quel suo mondo interiore che fin da piccola la “protegge dal mondo vero, quello là fuori, quello che molte volte mi è andato stretto e mi va stretto. Quello che da ragazzina e da adolescente poi, non sentivo mio e cui mi ribellavo con violenza”.

Il suo sogno è sempre stato quello di diventare una pittrice di strada e girare per il mondo. Guardare, scrutare con i suoi occhi indagatori, capire perché le persone che si incontrano spesso sono tristi, hanno il buio negli occhi, hanno perso la sensibilità, le emozioni, il gusto di apprezzare le piccole e semplici cose della vita, a cominciare dall’incredibile dono che è la vita stessa.

“È un fatto che osservo da molto tempo, le anime buie che si incontrano sul nostro cammino. E questo fatto ha disegnato da tempo, nella mia mente, un quadro che non ho ancora realizzato. Un quadro compiuto, un corso, una strada dove le persone sono tutte ombre, confuse, sfumate – svela Marta – forse vorrei che fosse la mia opera finale – dice, ed è impossibile non sentire un brivido scorrere la pelle nell’avvertire con quanta lucidità questa ragazza parli della vita e soprattutto della morte – ma deve essere un’opera conclusa perché le opere incompiute lasciano addosso tristezza”.

Dopo aver frequentato il Liceo Artistico a Teramo, Marta entra come allieva nello studio di Sandro Melarangelo, artista teramano, con cui collaborerà per molti anni.

L’opera che caratterizza gli anni della scuola è un quadro di protesta, un “Utero teatrale” come lo definisce lei stessa, realizzato nel periodo in cui il tema dell’aborto era tornato di forte attualità. “Un utero, nel mezzo della scena, con drappi laterali a fare da sipario, al centro un’autostrada solitaria che conduce alla rappresentazione di un feto che tramonta con il sole” descrive l’artista.

Dopo un paio di mostre personali, ora è in progetto una nuova esposizione per la quale “devo riuscire a completare le opere che vorrei presentare al pubblico”. Quadri in cui il suo mondo interiore racconterà della capacità di combattere contro se stessi e le proprie paure.

“Quando avevo 12 anni ho trascorso sei mesi all’ospedale San Mattia di Pavia, nel reparto dei tumori infantili. La morte viaggiava in quel reparto, vedevo il tormento negli occhi dei genitori. Mi mettevo a pensare che quel posto non era adatto alla mia persona  – racconta ancora – Dovevo per forza creare un mondo dentro di me, bellissimo, un posto sicuro in cui rifugiarmi, in cui tornare, in cui vedevo l’arcobaleno sorgere ogni giorno e quindi sorridevo, sempre. Il mio angolo di luce nel buio”.

Si deve credere al destino? Si deve credere che in qualche modo gli eventi che hanno segnato e segneranno le nostre vite siano parte di un disegno prestabilito e che niente accada per caso?

“Credo di si – afferma Marta – credo alle coincidenze, credo che niente sia una casualità.  Qualcosa accade che ti fa cambiare nella vita. Sono cambiata. Radicalmente, da una vita di ribellione verso tutto a una vita più serena. Disegnavo in continuazione, era il mio unico sfogo. Dormo pochissimo a causa della malattia e delle medicine, e non sogno quasi mai. A occhi aperti si, di notte mai”.

“Una notte però sognai mio nonno, morto, Perché fai questo, mi disse, perché fai questa vita? Noi da qui ti guardiamo. Da quel momento ho cambiato radicalmente, avevo vissuto nelle tenebre, ho riflettuto sulla mia persona, ora vorrei solo rendere felici le persone. Tante volte ha il sopravvento l’anima brutta che è in me ed è il punto centrale nei miei quadri, che esplode nei colori, il grido nel silenzio, la rabbia, l’anima, il mio mondo interiore. Che cerco di tenere a bada e lontano dal dolore”.

Questa ragazza dai modi schietti ed esuberanti cattura per la vitalità, per l’empatia, per la capacità di afferrare dettagli di chi ha la fortuna di incontrarla, la capacità di afferrare i colori dell’anima e riportarli negli oggetti e nei quadri che crea.

Da dove arrivano tutta questa forza e la capacità di sorridere e trovare un modo per non arrendersi quando tutto sembrerebbe dire che non vale la pena lottare, è presto scoperto: “ringrazio ogni giorno mia mamma Adriana, che mi ha trasmesso la forza e mio padre Vincenzo che mi ha insegnato la sopportazione. Se sono oggi, quella che sono, lo devo a loro”.

“Ogni anno cerco di tirare fuori il lavoro migliore, e sono felice quando riesco a catturare  il momento, l’istante, l’attimo di una vita” .

Non resta che fermarci e attendere il prossimo grido nel silenzio, la prossima esplosione di colori. Grazie Marta.


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