Le cose dell’orologio: il libro di Mario Borghi

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di Davide Speranza

<<In un minuto c’è il tempo per decisioni e scelte che il minuto successivo rovescerà>> diceva Thomas Eliot. Il tempo è il vero protagonista del racconto di Mario Borghi, “Le cose dell’orologio”, pubblicato per la Rogas Edizioni. Costruisce gli eventi, li fa andare avanti e poi indietro, segna il passo inesorabile dei personaggi grotteschi che l’autore tratteggia, con piglio da drammaturgo. Quello che Borghi mette su carta è un piccolo teatro: non è un caso che sia autore delle opere teatrali “L’abbonamento alla TV” e “Gli opinionisti”. Eccoli, gli attori che salgono sul palcoscenico della provincia. Borghi cuce loro vestiti perfetti, li trucca, li fa posizionare sotto coni di luce, a petto nudo contro un occhio di bue. Il sipario si alza, con l’incanto del furto: l’orologio della stazione ferroviaria è stato rubato. Quel vuoto riempirà l’esistenza degli abitanti della piccola cittadina. La prosa dell’autore scorre, ritmata da un montaggio quasi cinematografico o da fumetto. La linea del tempo sembra non avere punti di riferimento – come la realtà dei fatti che accadono, sbilenchi  – ma sull’impianto narrativo sembra imporsi l’inesorabilità del futuro. La voce narrante, quella del ladro, chiama in scena una serie di “attori”, che muoveranno i propri passi intorno ad una mancanza, quella dell’orologio. L’attivista innamorata del maresciallo dei carabinieri, il goffo capostazione, il meccanico rovinafamiglie, il complice che torna dal passato per vendicarsi, la “tipa delle pulizie” incapace di mettersi in comunicazione col mondo esterno e perciò consegna al vento e al cielo le sue parole scritte su foglietti fissati al filo di un palloncino. Piccoli personaggi in cerca di identità – più che di autore (ma spesso è la stessa cosa) – catapultati nell’improvviso, eccitante mistero che ha avvolto il paese. Così come il protagonista Joe Gillis di “Viale del tramonto” (capolavoro di Billy Wilder), o la voce off che segue le vicende di Dylan Dog in “Memorie dall’invisibile” targato Sclavi, e ancora il Lester Burnham di American Beauty (meravigliosamente interpretato da Kevin Spacey), anche ne “Le cose dell’orologio” lo sguardo del nostro ladro-narratore è un lungo flashback, capace di fissare, dai confini di un limbo bianco, un mondo contemporaneo che “per l’ennesima volta si è capovolto, e tutti gli orologi stanno marciando al contrario”. Dai tratti del realismo magico – alla Buzzati – al noir, fino al complottismo italico e alla elucubrazione filosofica. Questo sguardo, forse, scorre un po’ troppo veloce e si lascia dietro qualche pezzo che avrebbe meritato una maggiore immersione. Ma Borghi riesce a dosare gli equilibri della storia. Ci parla della nostra incomunicabilità, della noia, della necessità di ammaliare e smontare il senso degli accadimenti, della presenza del tempo e del destino che sovrastano le vite come in un copione.


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