L’Amica Geniale. E la TV diventa Grande Cinema.

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Giorni nostri. Elena, matura intellettuale, rivive, come in un bilancio postumo, in un lungo flash back, l’amicizia esclusiva, nei primi anni 50 in un rione popolare di Napoli, tra lei Lenù e Lila, la ”geniale”.

La natura di questo film (ITA,18), è molto particolare: sono le prime due puntate delle 8 previste, della TV Series, prodotta da Fandango (Domenico Procacci), Wildside (Marco Gianani) e RAI 1, tratta dal primo romanzo della quadrilogia ormai famosa in tutto il mondo, scritta dalla misteriosa Elena Ferrante.

Qui siamo appena alle prime 80 pagine del primo libro … E’, innanzitutto, la dimostrazione palese che è nelle forme della tv, lo sviluppo del cinema stesso: la possibilità di sperimentare, creare strutture narrative adeguate alla complessità delle idee da portare sullo schermo, anche se sono di un romanzo preesistente, possibili da realizzare in un registro temporale più ampio, qual è quello delle lunga serialità tv (si parla di un impegno produttivo di ben 32 puntate). Che comunque mantenga il respiro visuale del cinema, non i ritmi costipati, obbligati e stereotipati che eravamo soliti associare alla fruizione tv e ai suoi linguaggi, fictional e non. E che in questa scansione crei e ricrei ritmi di emotività coinvolgenti. Ebbene, questo è cinema!

Già con Gomorra. La serie si era presentata l’intera prima stagione, al ritmo di tre puntate a singola proiezione, in quattro serate “eventi” distribuite nel mese; allo stesso modo la III Serie ha avuto un’anteprima al cinema. E si era potuta vedere sul grande schermo, la potenza espressiva e la complessità tematica dei film; e di come si attagliassero con naturalezza alla dimensione della sala.

Il regista del film Saverio Costanzo, l’ha anche sceneggiato insieme al bravissimo Francesco Piccolo e Laura Paolucci; e si sa che l’autrice del romanzo in sede di sceneggiatura non è stata estranea alla definizione dei personaggi.

 

La complessità e la ricchezza della relazione tra le due bambine, che è il cuore pulsante di queste due prime puntate, parte dall’essere interpretate, con una felicissima scelta di casting, da due principianti assolute, che hanno dato echi di profondità e contemporaneamente di infantile “in-finitudine fantastica“, alla relazione tra le  due; e da scambi sempre dinamici, tesi e significativi: mai generici. Ma, insieme, si muove con un perfetto meccanismo collettivo l’intero universo-mondo attorno a loro: tutti attori di eccellente scuola teatrale, la cui qualità è da porsi inversamente proporzionale alla loro gestualità: tutta in silenziosa concentrazione diminuitoria. Tra i quali non possiamo non ricordare, e rendergli il dovuto omaggio, il compianto Antonio Pennarella, venuto a mancare nell’agosto 2018, a film ultimato e alla vigilia della sua presentazione a Venezia. Attore il cui volto scavato si è associato spesso a rappresentazione di “infame”: ma che, da attore colto e preparato, sapeva anche variare in ruoli più ironici e leggeri.

I dialoghi sono ridotti all’essenziale: meno convincente, come ha detto V. Caprara,  è la voce over di Alba Rohrwacher, che unifica gli elementi narrati. A parte una qual invasività, è da notare che il  retro-suono del suo dire, appena presente ma avvertibile, lazial-ciociaro è poco credibile in una storia tutta partenopea. Ma l’energia propriamente cinematografica viene dalla capacità del regista di reinventare gli spazi “attorno” alle parole.

 

Il libro è fatto di segni letterari, le parole scritte, che hanno il loro riecheggiamento: al cinema, a volte nel “tradurlo” lo si “tradisce” (il Pasolini del “Decamerone”); a volte nel rappresentarlo, lo si amplia: ci si affida a quell’onda emotiva, precisa e identificata (il Visconti di Morte a Venezia”), per implementarne la portata emotiva.

Costanzo, e i suoi collaboratori artistici, a mio avviso, hanno fatto un’operazione più raffinata rispetto al testo di partenza: hanno raggelato lo spazio che “contiene” le parole dette. Ma non perché sia un freddo e amorfo contenitore: l’hanno reso il veicolo con cui esse sono giunte, ferme e impressionanti nella loro asciutta e vigorosa efficacia, fino a noi, coinvolgendoci. Ma è una chiarezza piena, sorretta da un implacabile ritmo cinematografico, colma di sentimenti e perfino di ambiguità: come il flashback iniziale ci fa comprendere.

Sono due caratteri, due personalità, due anime multiformi: ricche di sfumature e, ognuna, teatro di contrastanti sè, non conflittuali illuminazioni. Questo delicato equilibrio, che già si comprende che si evolverà in una dinamica specularità per tutta la saga,  è il fulcro drammaturgico del romanzo: e anche del film.

La Fabbrica Saint Gobain di Caserta è diventata il quartiere di Rione Luzzatti  della periferia napoletana: la sua struttura squadrata ricorda le case popolari degli anni: non solo italiane, ma di tutte le periferie europee. Ha una valenza simbolica generale che, paradossalmente, è accresciuta, non negata, dall’uso del napoletano. Perché concentra, nella specificità di un vissuto ben individuato, elementi di universalità esistenziale.

Fa davvero pensare al teatro di Viviani, come è stato detto. E non di De Filippo, perché non c’è malinconia o rimpianto: ma la spinta, forte come la vita, a scrollarsi di dosso le mani della morte e della violenta acquiescenza a destini già segnati. In questo senso, la figura della maestra-demiurga di talenti è un personaggio incisivo e ben rappresentato: l’attrice bravissima e di impressionante forza scenica, Dora Romano. Ma la valenza dello scenario è anche pittorica: si deve al direttore della foto, lo sperimentato e abile Fabio Cianchetti, l’uso di una tonalità scenariale globale che ha ben reso quel senso di povertà diffuso, ma accettato con un senso di comunanza solidale che pervadeva gli stessi ambienti fisici, non solo esterni, ma anche interni: dimessi ma pieni di vita. In questo il montaggio, di Francesca Calvelli ha variato tutte le dimensioni fisiche trasformandole in un teatro di fantasia: ma veritiero e ambientativamente solido.

Immagini:

http://www.comingsoon.it

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