L’altra giornata della memoria: gli internati militari, la Repubblica di Salò e l’Italia del ’48, nell’analisi di Mario Avagliano

NOCERA SUPERIORE – Nel parlare della Giornata della memoria, istituita il 27 gennaio in ricordo delle vittime dell’Olocausto, c’è il doppio rischio di fare della retorica inutile o di affrontare in maniera superficiale quella che è stata una delle pagine peggiori della storia dell’umanità.

Mario Avagliano

Gli aspetti sono molteplici, i punti di vista altrettanto, la velocità e la sintesi di un’informazione 2.0 che oggi viaggia attraverso la condivisione sui social network di titoli e link spesso nemmeno visualizzati con attenzione, rende necessaria una riflessione oggettiva, che tenga conto dei fatti, dei documenti, degli eventi e delle tante persone coinvolte, oltre la questione centrale dell’odio razziale antisemita.

E quindi politici e oppositori del nazifascismo, internati militari, omosessuali, e tutti coloro che in qualche modo, secondo i canoni stabiliti dalla legge Ariana, non ne rispettavano i parametri di purezza e perfezione.

Un rischio, ma anche un’opportunità: è il pensiero espresso a Polis Magazine da Mario Avagliano, storico e giornalista originario di Cava de’ Tirreni (Salerno), che da anni si occupa di storia del Novecento con particolare attenzione al fascismo, alla Repubblica sociale e alle problematiche conseguenti all’armistizio dell’Otto Settembre del 1943.

“L’opportunità è l’essere questa giornata comunque una sorta di faro – ha commentato Avagliano – un’attenzione costante e rinnovata su un tema importantissimo e sul conoscere le pagine nere della nostra storia. Il fascismo, invenzione tutta italiana poi esportata all’estero, le odiosissime leggi razziali del 1938, che sono una delle colpe del fascismo stesso, non l’unica come talvolta si tende a mettere in evidenza con scarso senso storico”.

“Poi – ha aggiunto – ci sono anche le pagine belle. La Resistenza, in generale, e quella poco conosciuta degli internati militari italiani, cioè quei soldati che dopo l’armistizio, catturati dai tedeschi, si trovarono di fronte a una scelta drammatica: entrare nei campi di prigionia o aderire alla Repubblica sociale. E furono in molti a dire no alla prosecuzione del fascismo”.

Il 27 gennaio le truppe sovietiche, dopo aver liberato un precedente campo di concentramento in Polonia, entrano ad Auschwitz e il mondo viene a conoscenza di tutti gli orrori perpetrati nei lager di cui Auschwitz diviene simbolo.

Ciò che, secondo lo storico, è stato sottovalutato nel dopoguerra ma anche oggi a distanza di decenni dalla fine del conflitto, è il fenomeno dell’adesione alla Repubblica sociale e al movimento fascista in Italia, volendo considerare gli aspetti più strettamente legati al nostro Paese.

Quasi una deresponsabilizzazione, nel voltare pagina dopo il ventennio fascista, attribuendo la partecipazione a una stretta cerchia di italiani, e mostrando invece la maggioranza della popolazione come antifascista.

“La realtà purtroppo è diversa – ha sottolineato lo storico – nel periodo del Ventennio, gli antifascisti furono una netta minoranza perseguitata da parte del regime fascista, con la prigionia, con il confino, con la costrizione e spesso con la morte. E nella vicenda della Repubblica sociale italiana ci furono comunque molti italiani che aderirono, quindi, anche alla continuazione dell’alleanza con il nazismo di Hitler. Tantissimi giovani accorsero volontari a riempire le fila dell’esercito della Rsi”.

Resta difficile, per l’osservatore esterno, stabilire da che parte sia la ragione completa, in un movimento di adesione alla Repubblica sociale che coinvolse l’intero territorio italiano, e che Mario Avagliano e Marco Palmieri hanno descritto nel libro, dal titolo significativo, L’Italia di Salò, proprio nell’intento di descrivere l’estensione del fenomeno che coinvolse anche il Mezzogiorno dove “numerosi furono i gruppi di fascisti clandestini che si resero protagonisti di atti di terrorismo, attentati dinamitardi che poi rappresentarono l’antecedente di quel terrorismo nero che avrebbe caratterizzato i decenni della storia repubblicana” ha illustrato ancora il giornalista.

“Indubbiamente nel ventaglio di adesioni alla Rsi c’è un po’ di tutto, c’è chi lo ha fatto in perfetta buona fede, chi lo ha fatto in continuità con quello in cui aveva creduto fino al giorno prima, c’è chi è stato educato e cresciuto sotto il regime fascista, ha conosciuto soltanto il regime e non vede motivo di dover cambiare rotta. Chi ha aderito per opportunismo, carrierismo, per il problema di avere una continuità economica – è la lucida analisi dello storico – Chi anche perchè  ha visto in essa l’opportunità di fare i propri comodi, speculare, fare affari, avere un atteggiamento violento nei confronti dei nemici e della popolazione. C’è un ventaglio di adesioni per cui fare di tutta l’erba un fascio sarebbe sbagliato”.

Quanto alle deportazioni degli italiani nei campi di concentramento e di prigionia dei nazisti, restano indelebili le pagine, le lettere, i racconti dei sopravvissuti. Uomini, nomi noti o meno noti che dietro i fili spinati e nel fango e legno delle baracche non diventavano che semplici ‘unità’. Immagini arrivate al mondo come i frammenti e i pensieri del Diario Clandestino di quel Giovannino Guareschi che sarà poi protagonista, dalle pagine del giornale Candido, del difficile periodo dell’immediato dopoguerra italiano.

Chi partecipa a una guerra, diceva Guareschi, non ha il tempo di rendersi conto se sta vincendo o se sta perdendo, o se ha vinto o se ha perso; ma almeno in questo caso, chi ha vinto e chi ha perso è fatto chiaro.

“Il rischio che si è corso è stato di restare sotto una dittatura permanente che chissà quanto tempo sarebbe durata – ha ribadito Avigliano – Con la distruzione completa della razza ebraica e con la mancanza di ogni possibilità di opposizione e alternativa. Sicuramente hanno vinto la democrazia e la libertà.  Che poi libertà e democrazia siano stati tradotte in uguaglianza e libertà in tutti i paesi del mondo questo è da discutere, visto poi la recrudescenza dittatoriale dei regimi comunisti nell’Europa dell’est con i Gulag, campi di prigionia del regime. La dittatura di qualunque tipo essa sia, resta sempre dittatura”.

Il rischio che una tragedia del genere si verifichi di nuovo è “latente – ha concluso lo storico – il nazismo è diffuso ancora in tanti paesi, compresa l’Italia, e c’è una componente razzista nella società e nella politica italiana. Il rischio è sempre presente, anche quello dell’antisemitismo. Ne sono esempio alcuni episodi accaduti nel mondo del calcio, senza voler comunque generalizzare, ma anche pulsioni razziste in certe frange della politica italiana, l’uso leggero della parola razza da parte di alcuni candidati, o all’estero, il conflitto Israele-Palestina. Il Mein Kampf di Hitler è un best seller in certi ambienti del mondo arabo”.

Proprio Guareschi, infine, è tra i protagonisti dell’ultima fatica storico-letteraria, a firma sempre di Mario Avagliano e Marco Palmieri, 1948, Italiani nell’anno della svolta, edito da Il Mulino e che sarà presentato al pubblico per la prima volta il 2 febbraio prossimo a Roma, nella sede dell’associazione culturale Civita, al numero 11 di Piazza Venezia, a partire dalle ore 18.

Un evento cui prenderanno parte anche Adolfo Battaglia, Giorgio Benvenuto, Aldo Cazzullo, Simona Colarizi e Ruggero Po. 


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