L’affido dei figli dei boss: vittoria o sconfitta dello Stato?

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A Reggio Calabria c’è un giudice, il Presidente del Tribunale per i Minorenni, che da qualche anno sta sperimentando un particolare tipo di affido di minorenni. In pratica, alcuni figli minorenni di boss della ndrangheta vengono affidati in via temporanea a famiglie, soprattutto residenti nel Nord Italia, per sottrarli al clima mafioso che si respira non solo nella famiglia in cui vivono, ma anche nel territorio in cui abitano. L’esperimento sembra essere riuscito. C’è la madre che scrive al giudice ringraziandolo perché il proprio figlio ha ripreso ad andare a scuola con ottimi risultati, c’è la ragazzina che piangeva disperatamente durante il viaggio verso la sua nuova famiglia ed ora, dopo 2 anni, ringrazia quel presidente di Tribunale dicendo che non vuole tornare più in Calabria; c’è il boss condannato al regime di carcere duro che implora il giudice di affidare i figli a famiglie lontano da quel territorio maledetto, assicurando persino che questo non comporterà per lui (il giudice) alcuna conseguenza. Sì, perché in questa storia c’è anche chi non ha fatto salti di gioia pensando a questa particolare prassi del Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria, e anzi ha pensato bene di minacciare pesantemente il presidente di quel Tribunale.

Tutto bene si potrebbe dire, lo Stato finalmente in qualche modo agisce e consente a questi ragazzi di rifarsi una vita così precocemente segnata dal clima di violenza, di omertà e di ricatto, insomma da tutti i caratteri tipici di una società malavitosa.

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A riflettere però, in tutta questa storia apparentemente edificante, c’è una nota di tristezza di sottofondo che inevitabilmente finisce per affiorare. Per consentire a questi giovani cittadini italiani di poter sperare in un futuro diverso, per garantire loro una vita che non ricalchi inevitabilmente le orme insanguinate dei genitori, è necessario che siano portati via dalla Calabria, da quel territorio in cui hanno avuto la sfortuna di nascere e nel quale, per loro, non sembra che esserci altro futuro se non quello segnato dalle armi e dalle faide. Lo Stato pare aver quindi rinunciato definitivamente a liberare quelle zone dalla cappa mafiosa che ne imputridisce l’aria, e anziché estirpare il male da quel territorio, non trova rimedio diverso da quello di allontanare i ragazzi trasferendoli in altre zone d’Italia. Se i giovani sono, come effettivamente sono, l’unica speranza che ha una società per migliorare se stessa, la soluzione adottata, sebbene ispirata a criteri di realpolitik giudiziaria, rischia di spezzare anche l’ultimo germoglio di risveglio sociale e culturale di una terra così profondamente ferita e martoriata.


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