Sono una dispettosa libellula alla quale un dispettoso bambino ha strappato le ali, un leone, una mano privata delle dita, un pugno chiuso contro la vita, una vetusta Penelope o una nuova fiera Medea? Sono una semplice margherita senza più i suoi petali o, piuttosto, una tenace edera avvinghiata al muro della vita? Sono soltanto un pallido fantasma, l’ombra di me stessa o, piuttosto, una bellicosa valchiria? Sono ancora un essere umano o, piuttosto, un corpo privato della propria anima?”: queste le significative parole di Apollonia D’Arienzo, donna straordinaria, costretta da più di 15 anni a vivere attaccata ad una macchina, in seguito alla terribile malattia della SLA, che irreversibilmente l’ha immobilizzata. Riallacciarsi a donne quali Penelope, tenace nella sua fedeltà, e a Medea, fiera nell’orgoglio tradito, significa perpetuare un ponte tra l’antichità e l’attualità, dimostrando che il coraggio e la forza sono armi potenti che nascono all’interno del proprio animo e si generano attraverso di esso. Si può essere forti, lanciando il proprio appello e smuovendo le coscienze, da un letto? Apollonia, affettuosamente soprannominata Lolita, ha dimostrato che, sì, è possibile. Il mondo di Lolita è un mondo difficile, ma vitale – paradossalmente – perché genera idee, sollecita le coscienze, costringe a porsi domande, di cui quella più importante: cosa significa vivere? Piegarsi alle onde delle emozioni, curvarsi alle note dolenti della rabbia e della solitudine, sorridere per le manifestazioni d’affetto quotidiane sono solo una piccola parte dell’universo emotivo in cui Lolita è coinvolta in prima persona. Leggere i suoi libri, faticosamente ma felicemente terminati in seguito alla difficoltà di comunicazione, – il battito di ciglia -, equivale ad entrare nel suo mondo e a conoscerla da vicino. Il primo, “Parole tra le ciglia” (ed. Marlin, Cava d. T. 2008) costituisce il suo testamento, lo specchio della sua anima, il racconto autentico e sincero di sé stessa, della sua malattia, della volontà di non chiudersi al mondo esterno, di non essere soggiogata dalla terribile SLA. Uno scritto che l’ha premiata, facendole guadagnare il premio internazionale “Mamma Lucia” alle donne coraggio. Il secondo libro, una raccolta di lettere, “Il mondo nuovo di Lolita” rappresenta una significativa apertura al mondo esterno, perché contiene un ricco epistolario di lettere fra Lolita e i ragazzi del liceo scientifico di Teggiano: una corrispondenza vitale, perché, – scrive -, “non solo mi ha riconciliato con il mondo dei giovani, ma ha spezzato la solitudine che è ormai diventata la compagna della mia vita”. Infine l’ultimo libro, “Oltre la tenda” è, nelle parole dell’autrice, il nuovo percorso della sua anima, la riscoperta della vita stessa che offre sempre un’opportunità, l’occasione per guardare oltre il sipario della propria tenda e affacciarsi alla vita, all’amore, alla solidarietà.

Se la letteratura ha rappresentato, per Lolita, un prezioso strumento per uscire dalla propria solitudine e sentirsi parte di un mondo che pullula ancora di speranze, di gioie e di condivisione, il teatro si è rivelato il deus ex machina della sua vita, la sorpresa che attendeva solo di essere scoperta, il suo ego in cui specchiarsi in tutte le sue fragilità. Grazie all’associazione che in suo nome si è fondata, Amici di Lola, associazione – è bene specificarlo – senza alcuno scopo di lucro, volta solo alla sensibilizzazione delle coscienze collettive verso una realtà così cruda eppure esistente -, si è realizzato un progetto che oggi, dopo mesi intensi di lavoro, finalmente si concretizza: sabato 7 maggio 2016, alle ore 20:30, presso il Teatro Verdi di Salerno, andrà in onda il primo cortometraggio interamente dedicato alla dolorosa vicenda della malattia di Lolita, intitolato “Lola, in punta d’ali”. L’associazione, attiva da molto tempo nel sostegno dei malati di SLA, ha come presidente Apollonia stessa, e persegue il fine di stimolare e sensibilizzare le istituzioni di fronte ad una realtà disarmante nella sua difficile evoluzione. L’idea di un cortometraggio nasce dalla volontà di rappresentare visivamente in un ciak la vita di Lolita: la sua stanza, ove ormai vive da più di 15 anni, si è trasformata in un set cinematografico, in seguito all’incontro con il regista di Eboli, Luca Guardabascio. La raccolta fondi è stata, probabilmente, l’impellenza più urgente a cui ha dovuto far fronte l’associazione, impegnandosi attivamente in una serie di iniziative, quali stand con vendita di oggettistica e cene di solidarietà. Straordinaria la partecipazione al cortometraggio del noto attore Enzo De Caro, che interpreta il ruolo del dottore, colto proprio nel momento in cui si trova dinanzi ai primi sintomi della malattia di Lolita. Una malattia, – e questo viene bene esemplificato dal cortometraggio, – che coinvolge in prima persona la famiglia, in particolare il figlio, che solo negli ultimi anni si è riavvicinato alla madre, consolidando quel legame madre-figlio che nessun dramma è in grado di allentare.

Una vita che trasborda di vita. Un’anima che accarezza la vita. Un corpo che trasuda vita. Una malattia che si attacca alla vita. Apollonia D’Arienzo: una vita.


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