La terra di Dio | L’Opinione

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West-Yorkshire: in una remota e brulla zona rurale, Johnny, giovane contadino, se la sfanga mezzo abbrutito dalla fatica per mantenere la famiglia e se stesso. In suo aiuto è assunto uno stagionale di origine rumena.

Sarà il Mondiale di calcio, anche senza l’Italia; sarà l’estate non così calda, mentre l’anno scorso lo era di più, e via sciocchezzando, ma la crisi estiva di titoli e di frequenze nelle sale di cinema si è ulteriormente aggravata, anche rispetto all’anno scorso. Ormai, dopo la fine di maggio, c’è il deserto. Eppure, in Spagna, che ha un clima come il nostro, e anche più caldo, si è stabilizzata, negli anni, una significativa e costante crescita; senza parlare poi della Francia, che vende più del doppio dei nostri biglietti. Tuttavia, non è insolito che proprio in questi scorci di stagione escano film interessanti se non di valore: è il caso di questo (UK, 2017). Preceduto da zero lancio pubblicitario, è “rotolato” da noi quasi casualmente, perché “doveva” uscire.
E’ un bel film. Siamo dalle parti, pe’ capisse, dello splendido “I segreti di Brokeback Mountain” di Ang Lee (2005), per il quale prese l’Oscar. Ma in ambiente rurale inglese. E con marcate differenze, non solo nell’ambientazione, che è molto più precisa e circostanziata di quella simil-western Usa anni ‘60 del film del regista taiwanese, ma nella gestione dei personaggi e delle situazioni. Il regista, l’inglese Francis Leeproviene dalla recitazione; dopo aver realizzato dei Corti intrisi dell’atmosfera narrativa dell’ambiente contadino, cui era molto legato, ha girato questo che è il suo primo lungometraggio. Nativo di quelle parti, se n’è distaccato per andare all’Università: e lo fa dire autoironicamente ad una ragazza tornata per le vacane dal College, quando esprime verso di lei il quasi sprezzante dileggio del contadino restato lì a sfangarsela. Va, ma per poi tornarvi come fonte di ispirazione, per dare alla vicenda del film un carattere autobiografico.
Il film lo ha anche sceneggiato. Perciò le notazioni sulle condizioni di vita degli abitanti di quelle zone povere sono così accurate e di una sostanziale e realistica non edulcoratezza. Inquadrate in una sorta di dimensione senza tempo, in cui i cicli sono solo quelli naturali; e progresso e comodità consumistiche sono fuori degli spazi vitali consentiti. Siamo al limite dello squallido, a dirla tutta. Perché non solo lavorano come bestie, ma convivono profondamente con quelle, verso le quali hanno più comprensione e delicatezza che verso gli umani. Non c’è nulla di bucolico e piacevole. Ma è gente indurita dalle fatiche e dalle privazioni. Si irrozzisce e diventa priva di sensibilità. Almeno fino a quando non si manifesti qualcosa che metta in moto energie e capacità sopite se non del tutto sconosciute.
L’incontro di Johnny con Gheorghiu fin dall’inizio si caratterizza per una forte tensione e reciproca attrazione omoerotica. Ma ricca di sentimento e di sfumature. Tra i due è il romeno, l’attore Alec Secareanu, quello che ha contezza iniziale più profonda, matura e consapevole della chiarezza emotiva e della delicatezza necessaria ad approfondire e tenere in piedi un rapporto d’amore. Di qualunque natura esso possa essere. Invece Johnny, il bravissimo e in grado di crescere e mutare attraverso sfumature corporee di recitazione, Josh O’Connor, è più invischiato in quella dimensione di oblio della propria umanità, dovuto al lavoro continuo, inarrestabile e disumano, e alle preoccupazioni. Con il padre semiparalizzato che vorrebbe avere un ruolo di capofamiglia, che non ha; e la nonna brutalmente attenta alle condizioni generali di sopravvivenza: donna anziana, saggia e a suo modo sensibile, è in grado di comprendere le realtà e le trasformazioni del nipote nei confronti dello stagionale ma, intelligentemente, e senza moralismi, con pratico cinismo, comprende che ciò può essere d’aiuto alla stessa gestione della “baracca”, e mette da parte ogni schifiltosità e riprovazione, che pure albergherebbero nella sua mente.
In questo clima, si realizza tra i due ragazzi un vicendevole percorso di educazione ai sentimenti. E’ la parte più bella e convincente del film. Resa in uno scarno ma “segreto”, cioè fatto di sfumature e gesti più che di parole, stile narrativo cinematografico. Il montaggio dello sperimentato e di lungo corso nel cinema inglese, Chrys Wyatt fa miracoli nel suggerire, attraverso continui, leggeri ma costanti e precisi, spostamenti di visuale, gli elementi naturali che accompagnano, includono e sostengono le reciproche forme di maturazione sentimentale.
Ad esempio, perfino negli ambienti ridotti e minuti della casa, che sono di marca quasi vittoriana, gli angoli che accompagnano i continui rinvii di sguardi tra i due sono esaltati e sostenuti da questo gioco di movimento fluido, appena percettibile, che include e vivifica gli spazi sia esterni che interni: ed in questi strani spiazzamenti, è come se fosse stato tenuto presente il grande scrittore ottocentesco Thomas Hardy. E tutto ciò, paradossalmente, esalta soprattutto il tipo di preparazione e l’efficacia della recitazione.
Come il veterano e classico regista Mike Leigh, l’autore ha sottoposto gli attori a vere full immersions nell’ambiente in cui recitavano, pretendendo che avessero diretta dimestichezza con animali e fatiche. La veridicità dell’insieme ne ha positivamente risentito: in un qualche modo si avvertiva la giusta e corretta tonalità di respiro, nel modo con cui si sorreggevano a vicenda gli attori. E non solo i due protagonisti, ma anche i due coprotagonisti: la nonna è resa da Gemma Jones, una fantastica icona del cinema inglese, con quel misto di burbanzosa severità ma anche affetto e comprensione. Il padre è Ian Hart, un altro attore di grande livello. Aggiunge tonalità ariose e misteriosi movimenti di cielo, e di panorami, a quelli che nell’immediato sembrano smorti colori della campagna povera inglese, la fotografia del bravo e ispirato Joshua James Richards.


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