di Luca Cataldi

La questione catalana domina in questi giorni le prime pagine dei quotidiani internazionali. Le analisi abbondano, i commenti si sprecano, ma quanto sappiamo realmente del nazionalismo catalano?

La faccenda ha profonde radici storiche, che risalgono fino al Medioevo, quando la Catalogna era parte della Corona d’Aragona e, in seguito all’unione con la Castiglia, passò a far parte del Regno di Spagna. I catalani conservarono nel tempo il senso d’appartenenza ad una comunità distinta da quella spagnola, forti anche del mantenimento della lingua catalana. Ciò si concretò in sterili tentativi di ottenere indipendenza (1641) o maggiore autonomia (1873, 1931, 1934). Nel 1716, al termine della Guerra di successione spagnola, i catalani, che avevano sostenuto il pretendente al trono sconfitto, si videro privati delle proprie istituzioni politiche. La caduta di Barcellona del 1714 viene commemorata ogni anno con grandi manifestazioni e presentata come una “invasione” straniera.

Nulla di nuovo, dunque. Dopo la repressione franchista, la Costituzione spagnola del 1978 riconobbe ampie autonomie. Le autorità catalane hanno poi fatto del catalanismo una vera e propria dottrina politica, riuscendo a veicolare tra la popolazione un profondo astio nei confronti del resto della Spagna.

Negli ultimi anni, complici la crisi economica e un atteggiamento di noncuranza da parte delle autorità centrali, il nazionalismo si è convertito in indipendentismo. Già nel 2014 si tenne una consultazione popolare non riconosciuta, con una partecipazione del 36% e un 81% di questi a favore dell’indipendenza.

Il referendum del 1 ottobre 2017 ha portato il conflitto alla luce dei riflettori internazionali.

Partiamo dalle basi. Il referendum di indipendenza è incostituzionale, poiché la Costituzione proclama l’indissolubile unità della nazione spagnola e la Generalitat non ha competenza per la sua convocazione. I catalani rivendicano il diritto all’autodeterminazione. Tuttavia, secondo il diritto internazionale, e in accordo con la Carta delle Nazioni Unite (1945), con i Patti sui diritti civili e politici e sui diritti economici, sociali e culturali (1966) e con ben due risoluzioni ONU (la 1514/1960 e la 2625/1970), il diritto all’autodeterminazione è prerogativa di popoli soggetti a dominio coloniale, occupazione militare straniera o governo razzista. Dunque, la richiesta catalana non è riconosciuta dalle norme attualmente vigenti nell’ordinamento internazionale. Tuttavia, va detto che molto spesso la politica ha predominato sul diritto, come dimostra la discussa indipendenza del Kossovo.

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Nonostante l’illegalità giuridica, è dunque legittima la condotta del governo catalano? È antidemocratica la “repressione” perpetrata dalla polizia spagnola?

La democrazia indica un sistema di governo in cui la sovranità è esercitata, direttamente o indirettamente, dal popolo. Una definizione soggetta a varie interpretazioni. Se accettiamo la dottrina dello Stato di diritto, in cui le leggi vincolano l’agire delle autorità per la tutela dei diritti e delle libertà dei cittadini, allora l’attuazione della Generalitat ci apparirà sconsiderata. D’altra parte, può apparire antidemocratico rifiutare il “naturale” diritto del popolo ad esprimersi. L’attuazione delle forze dell’ordine spagnole ha generato un’onda emotiva di riprovazione. Tuttavia, bisogna chiedersi cosa la differenzi dalle generalmente accettate operazioni di ordine pubblico in altri contesti (disordini di piazza, sgomberi di edifici occupati illegalmente ecc..).

Possiamo accettare l’idea che un popolo debba democraticamente esprimersi. Ma è democratico imporre una secessione illegale, non votata dalla maggioranza dei catalani? È democratico un referendum senza garanzie, con un 42% di partecipazione e manifeste irregolarità? È democratica la manipolazione dei libri di storia nelle scuole catalane, come provato dai documenti forniti dal Sindacato catalano AMES? E se giustificassimo l’incuranza delle leggi in questo caso, cosa impedirebbe ad altri di seguire lo stesso percorso?

La via più razionale appare dunque l’inserimento delle legittime istanze politiche catalane nella legalità. Il dialogo è invocato da più parti, incluso il sindaco di Barcellona Ada Colau, notoriamente indipendentista ma contraria ad una dichiarazione unilaterale di indipendenza. Ma le posizioni sembrano inconciliabili. Il Re Felipe VI ha invocato il ripristino della legalità in Catalogna con un discorso alla nazione la sera del 3 ottobre. Non poteva fare altrimenti, data la sua posizione. La sera dopo, il presidente catalano Puigdemont ha risposto parimenti con un secco així no (così no), criticando l’intervento del sovrano.

La settimana prossima potrebbe essere decisiva. È prevista una riunione del Parlament che vorrebbe dichiarare l’indipendenza, anche se il Tribunale Costituzionale sta già operando per impedirla. Rajoy sembra pronto ad applicare l’art. 155 della Costituzione, che potrebbe permettergli di sospendere l’autonomia catalana e convocare elezioni. Il clima è teso, gli sviluppi imprevedibili. Un’eventuale indipendenza catalana rischierebbe di scatenare un effetto domino, con Paesi Baschi, Fiandre, Sardegna ed altre regioni pronte a seguire lo stesso cammino.


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