La “Shoah”, perché ricordare

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di Ciro Ferrentino

Alla fine della II Guerra Mondiale per un lungo periodo la Shoah in Italia, e non solo, non è affatto esistita in quanto gli ebrei vennero annoverati tra le vittime, non in quanto gruppo etnico stigmatizzato e per questo oggetto di sterminio, ma come un anonimo numero, seppure a sei zero, tra le vittime del nazifascismo. In Italia, inoltre, abbiamo avuto tre differenti memorie: la memoria dei deportati politici, dei militari internati e degli ebrei. Considerata l’importanza data ai deportati politici è facile comprendere perché l’identificazione con questa categoria fosse così ampia mentre quella con le vittime della shoah quasi nulla.

277-0-4550_shoahDunque perché ricordare un periodo della nostra storia così negativo? Indubbiamente perché l’Olocausto, arrivato a definire la disumanità nel nostro tempo, ha svolto una funzione fondamentalmente morale, identificando come il male più profondo l’impiego sistematico ed organizzato della violenza contro i membri di un gruppo collettivo stigmatizzato, sia esso definito secondo criteri primordiali di razza, religione o ideologici.

Questa rappresentazione non solo ha identificato come male radicale i colpevoli e le loro azioni, ma ha interpretato negativamente anche i non-attori, infatti secondo i criteri della moralità post-Olocausto ad ogni individuo è ora richiesto, normativamente, lo sforzo di intervenire contro qualsiasi Olocausto, al di là di ogni considerazione di costi e conseguenze personali. Ricordare le violenze che l’essere umano è capace di infliggere ai suoi simili affinché l’orrore di esse possa far sì che le menti delle generazioni future, sensibilizzate, non partoriscano mai più campi di violenza e sterminio che essi  si chiamino Auschwitz, Guantanamo o Fenestrelle.


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