La scorta della Repubblica: la strage di via Fani

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Domenico Ricci era un appuntato dei Carabinieri e aveva 42 anni; Giulio Rivera era un agente di Polizia di 25 anni, Francesco Zizzi, era un vice brigadiere di Polizia e aveva 30 anni; Raffaele Iozzino era un agente di Polizia di 25 anni; Oreste Leonardi era un maresciallo dei Carabinieri di 52 anni. Soni nomi che pochissimi ricordano, eppure fanno parte della storia recente della nostra Repubblica: sono i nomi degli agenti della scorta di Aldo Moro, trucidati il 16 marzo 1978 negli attimi che precedettero il rapimento del Presidente della Democrazia Cristiana.

Cinque vite spezzate, cinque uomini caduti in una guerra unilaterale di cui l’episodio di via Fani costituì il culmine e il punto di non ritorno. Fino ad allora il terrorismo, soprattutto di matrice rossa, aveva conosciuto in alcuni strati della società civile italiana se non proprio un sostegno, sicuramente una corrente di pensiero giustificazionista – “né con lo Stato né con le B.R.” si diceva – che ne inquadrava le azioni in una sorta di guerra civile permanente nella quale era precipitata l’Italia all’epoca della contrapposizione tra blocco Atlantico e Paesi dell’area comunista.

L’uccisione degli agenti della scorta di Moro, semplici poliziotti e carabinieri, provenienti dal Nord, dal Centro e dal Sud della penisola, esponenti di quelle classi sociali di cui teoricamente le Brigate Rosse ritenevano essere i paladini, creò sgomento e indignazione in tutti gli Italiani e fu il primo momento di assoluto isolamento dei terroristi. Da questo punto di vista, il sacrificio di quei servitori dello Stato, come retoricamente sono ricordati oggi in ormai stanche cerimonie commemorative, si può dire veramente che non è stato vano, contribuendo a immettere nel Paese un potente antidoto al macabro fascino delle tesi ideologiche di cui si nutriva l’intolleranza brigatista. Quei nomi dovrebbero essere scolpiti nella memoria di ciascuno di noi, così come i nomi di tutti quei carabinieri, poliziotti e finanzieri caduti mentre proteggevano magistrati e politici, ben consapevoli dei rischi mortali che quell’incarico inevitabilmente comporta. Invece ce ne siamo dimenticati: quegli uomini sono stati involontari protagonisti di un fatto di cronaca ben presto diventato Storia, e di quella Storia sono diventati immediatamente solo un contorno.

Molti anni dopo Jovanotti, in una canzone autobiografica non molto conosciuta ma di forte impatto emozionale, Mario, inserita nell’album “Lorenzo 1994” ricorda come suo padre ci tenne ad accompagnarlo, lui ragazzino, ai funerali degli agenti della scorta di Moro, perché un giorno potesse dire: “Io c’ero”. Probabilmente il signor Mario Cherubini, padre di Lorenzo in arte Jovanotti, aveva intuito che il pomeriggio delle esequie di quei cinque uomini avrebbe costituito un momento di svolta in quella che Sergio Zavoli definì la Notte della Repubblica, e che quella strage avrebbe indotto finalmente l’intera nazione a reagire ad una violenza cieca e senza senso.

Le Brigate Rosse ritenevano aver individuato i mali della società italiana attraverso complessi analisi sociologiche con le quali farcivano i loro farneticanbrti comunicati, e di averne individuato la soluzione nella lotta armata; non capirono invece che, uccidendo cinque semplici lavoratori, avrebbero invece provocato soltanto un boomerang di rabbia che ne prosciugò gran parte del sostrato ideologico nel quale si muovevano. I terroristi non seppero far tesoro neppure della lezione di Pier Paolo Pasolini che, giusto dieci anni prima, negli scontri tra poliziotti e studenti universitari presso la Facoltà di Architettura di Roma a Valle Giulia, si era chiaramente schierato a favore dei poliziotti, figli del popolo, e contro gli studenti figli della piccoloborghesia.

Le immagini televisive di quelle auto trivellate di colpi, dei corpi coperti da lenzuoli bianchi, delle facce sgomente dei colleghi occorsi sulla scena dell’eccidio, le parole affannate dei telecronisti televisivi nel descrivere quello scenario di morte, sono parte del nostro patrimonio storico. Il dolore delle mogli, dei figli, dei parenti di quei cinque uomini divenne il dolore di una folla oceanica che partecipò ai funerali; una folla che, per la prima volta, alzò un muro invalicabile tra la società e i terroristi finalmente percepiti da tutti non più come dei “compagni che sbagliano”, ma semplicemente per quello che in realtà erano, dei feroci e spietati assassini.


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