La sanità oltre lo scandalo delle liste d’attesa

Riceviamo e pubblichiamo

di Vincenzo Stile (*)

È facile ammalarsi ma è difficile curarsi. Sembra assurdo, ma ancora oggi è così. Il progresso tecnologico ha reso, senza dubbio, disponibili cure sempre più efficaci per ogni tipo di malattia: dopo la sconfitta delle malattie infettive, tecniche e strumenti hanno consentito diagnosi più precoci e precise, terapie fisiche e chirurgiche che solo 5 anni prima si ritenevano impossibili. A tutto questo progresso, però, non corrisponde necessariamente un miglioramento nella possibilità di accesso alle cure per tutti, a volte anche indistintamente dalle possibilità economiche. D’altronde è molto più facile ammalarsi, perché sono aumentati i fattori di inquinamento ambientale, ritenuti le maggiori cause di malattie di frontiera contro le quali la medicina deve fare i conti ogni giorno: tumori, disturbi del neurosviluppo, malattie neurovegetative ed autoimmuni, per citarne qualcuna.

A partire proprio dall’inquinamento, appare drammatico il contrasto tra uno Stato che tenta di curare i suoi cittadini e, lo stesso Stato, la cui politica ambientale è disattenta, inefficiente e inconcludente. Uno Stato che poco ha fatto – di concreto – contro l’inquinamento delle acque, dei fiumi e dei mari, della terra e dell’aria e che, in preda ad interessi particolari, ha lasciato l’ambiente a deperire. Si è venuto a determinare un circolo vizioso, dove all’aumentare dell’inquinamento aumenta il prezzo da pagare in termini di vite e risorse economiche per curare i cittadini, uniche vittime assieme all’ambiente. Un sistema che genera un aumento di spesa sanitaria che potrebbe essere evitato con politiche ambientali più attente e responsabili. Questa è quella che si chiama prevenzione primaria: la salvaguardia dell’ambiente dall’inquinamento da metalli pesanti e da altri prodotti chimici di origine industriale, che impedirebbe l’insorgenza di nuovi casi di malattia. Ovviamente la riduzione delle liste di attesa passa anche da qui: infatti, con una tutela maggiore dell’ambiente, diminuirebbero i casi di malattia e si ridurrebbero di conseguenza le liste di attesa. Ed invece viviamo un’epidemia, non di malattie infettive, ma di tumori e malattie croniche, che richiedono misure assistenziali prolungate che durano – a volte – per tutta la vita.
Per quanto riguarda, invece, il difficile accesso alle terapie e alla diagnostica – spesso determinato da liste di attesa troppo lunghe per assicurare tempi compatibili con cure tempestive – ci sono diversi fattori da considerare. In primo luogo la prevenzione secondaria, che si propone di individuare i casi di malattia ad uno stadio precoce, quando le cure sono più facili ed efficaci per avere esiti positivi. Questo si può ottenere con compagne di prevenzione continue, non a spot, come si è fatto in passato: la lotta contro il fumo e l’obesità, la propaganda di stili di vita adeguati al mantenimento di un buono stato di salute, deve essere al centro dell’attività del sistema sanitario come della visione politica tutta, così come la concessione gratuita e l’esecuzione a tempo debito di quei semplici esami che hanno dimostrato la loro utilità nel campo della prevenzione. Questo, tuttavia, si fa poco, e a macchia di leopardo, mentre si dovrebbe incentivare perché comporta risparmio di risorse economiche da destinare alla terapia, oltre allla riduzione delle liste di attesa. Per quanto riguarda queste ultime, ognuno si arrangia come può: alcuni vanno fuori regione, e nel privato, affrontando spese notevoli; altri cercano raccomandazioni per “passare avanti”; i più sfortunati aspettano a volte tempi biblici per un intervento, che magari riceveranno quando la malattia sarà più avanzata. Questo problema è responsabile di una notevole diseguaglianza tra i cittadini, mettendo da una parte coloro che hanno la fortuna di avere denaro sufficiente ad affrontare le spese per andare fuori regione e coloro che hanno santi in paradiso, e relegando dall’altra i meno abbienti, che non hanno disponibilità, e aspettano in lista sperando nella buona sorte. Ci sono poi i fenomeni di corruzione che sono stati messi in luce, da ultimo, pochi giorni adddietro. Inoltre le liste di attesa lunghissime sono in contrasto anche all’ottica della  prevenzione oltre che della terapia.
Le cause della lunghezza delle liste di attesa, vanno ricercate oltre che nei casi in cui c’è dolo, anche in un’errata programmazione sanitaria che, a causa dei tagli, ha reso alcuni servizi non sufficienti rispetto ai bisogni del territorio. Non c’è trasparenza ed il cittadino non può seguire lo scorrimento della lista, nè può conoscere la compatibilità dell’attesa con la condizione che si trova a vivere. Sembra un sistema senza uscita, ma i correttivi efficaci ci possono essere e ci si deve sforzare per metterli in atto. Il primo punto di intervento consiste nell’analisi dei bisogni del territorio di riferimento: indagini epidemiologiche per avere dati certi sulla frequenza di una determinata malattia. Poi bisogna stabilire i tempi di attesa di riferimento: questo affinché ci sia sempre il posto disponibile in tempi giusti. Stabiliti questi parametri di attesa, infatti, bisognerebbe rispettarli e controllare che ogni reparto, conformato sui reali bisogni di salute di un territorio, rispetti parametri di produttività (es.: numero di interventi eseguiti) in linea con gli standard stabiliti e le casistiche nazionali per quanto riguarda gli esiti degli interventi (outcomes): istituire un sistema di verifica (auditing) e certificazione continua, che deve essere pubblicato e accessibile. Le liste dovrebbero essere collegate in rete, in modo da poter gestire automaticamente le eccedenze: qualora un reparto non riesca ad assicurare dei tempi di attesa entro i parametri stabiliti per un numero significativo di volte, dovrebbero scattare dei controlli per appurare se le richieste sono  eccessive, perchè magari il reparto gode di ottima fama ed è sovraccaricato. In questo caso potrebbe scattare un potenziamento. Se i controlli dimostrano, invece, delle carenze, esse vanno compensate con una riduzione dei tempi dedicati all’attività privata intramoenia, a beneficio di quelli dedicati all’attività pubblica, affinché non si dica che nello stesso reparto di un ospedale pubblico,  aspetti sei mesi se non paghi è solo un giorno se paghi, è una diseguaglianza insostenibile. In questo prospettiva l’eliminazione dell’attività extramoenia è di fondamentale importanza: è meglio avere medici che lavorino solo nel publico o solo nel privato, convenzionato agli stessi costi del pubblico, che avere professionisti che lavorino qui e lì, dando adito situazioni paradossali. Quest’ultimo obiettivo si ottiene solo con strutture private che lavorino in un sistema nel quale per il cittadino e lo stato non ci siano differenze economiche nell’utilizzazione dei servizi. Ovviamente in ogni momento il paziente dovrebbe avere il modo di conoscere l’andamento della lista e monitorare l’attività.
Questi, pur sembrando obiettivi irraggiungibili, sono ordinarie misure di organizzazione sanitaria. Purtroppo viviamo un contesto dove troppi anni di disattenzioni, spreco delle risorse, abuso dell’ambiente hanno determinato una realtà deludente e drammatica, dalla quale appare gesto titanico il risollevarsi.
(*) Medico pediatra


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