Luciana Colacci (Paola Cortellesi) è un’operaia a contratto annuale in quel di Nepi, provincia profonda laziale, sposata con Stefano (Alessandro Gassman), eterno ragazzo sfaticatone che si dà da fare in affarucci mai a buon fine. Incinta perde lavoro e sicurezze. Il suo destino s’incrocia con quello di Antonio (Fabrizio Bentivoglio), poliziotto in crisi.

gli ultimi saranno ultimiIl film “Gli ultimi saranno gli ultimi” (ITA, 2015) ha una genesi anomala per il cinema italiano: nasce da un’omonima opera teatrale del 2005 che ha cavalcato i palcoscenici di tutta Italia fino al 2007 con 189 repliche, e 255mila spettatori. Un successone. Un monologo, interpretato da Paola Cortellesi, che la vedeva mattatrice, infaticabile one-girl-show dare vita a tutti i ruoli. Diretto da Massimiliano Bruno, scritto da lui stesso in collaborazione con Giampiero Solari.

Da notare che il testo era precedente alla crisi economico-sociale che dal 2008 fino ad oggi sta attanagliando il nostro Paese. Crisi che ha messo ancor più in evidenza come quelle forme contrattuali d’impiego erano truffaldine, mascheravano delle assunzioni prive di ogni tipo di difesa dei diritti sindacali. Ma che oggi, col cosiddetto “Contratto a tutele crescenti”, sono state rese, a dispetto dell’altisonante titolazione, perfino più precarie. Quindi una riflessione ancora più attuale. Quel testo, opportunamente allargato e sviluppato, è diventato la sceneggiatura del film, scritta da Paola Cortellesi, Massimiliano Bruno (che l’ha diretto), Furio Andreotti, Gianni Corsi.

Gli-ultimi-saranno-ultimiPuò dirsi un’operazione sostanzialmente riuscita, perché il film funziona. Le vicende di Luciana non sono semplicemente emblematiche di uno stato di affanno che colpisce interi ceti di popolazione, una specie di manifesto sociale, ma sono connesse alla riflessione su un personaggio vivo e reale, nella sua sentimentale e indifesa fiducia verso gli altri e il mondo. Non è una macchietta o un grillo parlante. Paola Cortellesi esprime un senso della precarietà che da economica diventa, come avviene nella realtà, esistenziale.

La dimensione psicologica della trasformazione, ovviamente accompagnata da altre difficoltà e stridori di vita di famiglia, si pone sul piano inclinato del gesto disperato cui fa da interfaccia il parallelo destino del poliziotto perdente, un introverso e perfetto Fabrizio Bentivoglio. È inevitabile che si incontrino, e qui scaturisce la dimensione “upgradata” del mélo. Il suo apice. La macchina narrativa nella sua necessaria esplicitazione trova un punto di conclusione che tiene conto delle dinamiche pregresse, e le chiude, non le lascia in sospeso. Ha il coraggio di dare un senso all’insieme.

gli-ultimi-saranno-ultimi-21-1000x600Numerosi critici hanno storto il naso. Hanno “sentito” poco credibile il passaggio dall’analisi sociale, attraverso l’accompagnamento di una commedia corale provinciale di personaggi in quel simil-dialetto dell’alto laziale, al melodramma. E in effetti, qualche passaggio era insistentemente teatrale, come la figurina del professore anziano sempre pronto ad astrologare. Oppure quello, in sé bellissimo, di come la Cortellesi, pur disdegnando il suo impiego, ribadisce con convinzione che era il “suo” lavoro, il “suo” poter vivere dignitosamente una vita, il suo posto nel mondo.

Correttamente il regista l’ha definito un “racconto popolare”. Ha molto aiutato il tipo di inquadratura adottato dal direttore della fotografia, il bravissimo Alessandro Pesci, che nei decenni ha saputo accompagnare molto giovane cinema italiano. Qui il calore della dimensione corale fa da contrasto colla luce sempre fredda e notturna, anche in pieno giorno, delle atmosfere di fabbrica, ad esempio. Importante è stato altre sì il lavoro della montatrice Alessandra Pandolfelli, professionista di lunga esperienza: i piani temporali narrativi sono numerosi, ma sono spezzati e gestiti con avvolgente ed elegante senso dei tempi.

Un appunto su tutto: la Cortellesi, duttile, brillante e vera intellettuale, si avvia a diventare ciò che era Monica Vitti negli anni ‘70.


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