Poche persone hanno analizzato i temi legati alla sfera politica con la lucidità di Giovanni Sartori, scomparso oggi.

Sembrerà strano ma… La politologia è una disciplina vera e propria. Non ne abbiamo la percezione perché esistono poche persone al mondo che le hanno realmente dato dignità in termini di studio, analisi ed approfondimento.

Proprio oggi è scomparso uno dei maestri della politologia, il professor Giovanni Sartori.
Correva l’anno 1956 quando, all’Università di Firenze, Sartori iniziò il suo insegnamento in Scienze della Politica, disciplina che insegnò per circa vent’anni. Rivestì l’incarico di Preside della Facoltà di Scienze Politiche di Firenze dal 1969-1971, al termine del quale gli fu conferita la Medaglia d’oro per meriti culturali ed educativi del Presidente della Repubblica.

011256_0000_2619930-k5ID-U46040987038510sEE-1224x916@CorriereFiorentino-Web-Firenze-593x443Tra gli “Elementi di Teoria Politica” (III Edizione, 1995), il professore incluse ben 15 temi: Costituzione, Democrazia, Dittatura, Eguaglianza, Ideologia, Liberalismo, Mercato, Opinione Pubblica, Parlamento, Politica, Rappresentanza, Sistemi Elettorali, Società Libera, Tecniche Decisionali, Videopotere. Ciò che rese celebre l’analisi proposta da Giovanni Sartori fu lo studio analitico della storia e dei mutamenti che questi stessi temi hanno avuto nel corso del tempo, dall’epoca romana fino ad oggi e non soltanto in Italia, bensì nel mondo, che proprio oggi si contamina della storia e delle esperienze intrise di retorica ed attualità.

Sartori non propose ai suoi studenti un mero esercizio stilistico, bensì una commistione di idee, ragionamenti, influenze, divagazioni, spunti critici e mai soltanto personali. Nei suoi testi non mancarono i grandi predecessori: Hobbes, Machiavelli, Kant, Croce, Hegel, Schmitt, Marx, Comte, Durkheim, Burke, Rousseau, ecc.. Evidenti segni del suo eclettismo culturale (studiò ed insegnò anche Storia Della Filosofia Moderna e Sociologia applicata) e del suo liberalismo novecentesco, con occhi ben aperti, a tratti anche cinici, sul mondo contemporaneo.

Nel Capitolo X – Politica, scriveva:
Il punto da ribadire è che dividere la politica secondo modalità è diversissimo dall’individuarla e definirla nella sua quidditas, nella sua distintività. Schmitt tenta di afferrare il politico come una “intensità sovrana” che non è la intensità di qualcosa ma un grado di intensità che pone il proprio oggetto (trasformato in politiche contrapposizioni di altra natura o origine). Ma quel tentativo non riesce. La quidditas della politica ancor sempre ci sfugge. In attesa, la possiamo identificare (ho proposto) così: come la sfera delle “decisioni collettivizzate” sovrane, coercitivamente sanzionabili e senza uscita“.

Il professore criticò anche l’operato di Matteo Renzi recentemente:”È svelto, furbo, agile. Uno con i riflessi prontissimi. Però imbroglia le carte su tutto: un conto sono le promesse elettorali, un altro camuffare la realtà. Chi governa non può fare solo propaganda, deve rispondere del proprio operato: non è una cosa accettabile da parte di un premier.”
Si possono non condividere alcune posizioni esposte da Sartori, ma non si può negare il grande contributo offerto alla Scienza Politica e alla sua legittimità come disciplina accademica.


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