La pena di morte,una vendetta di Stato

0

E’ in corso negli Stati Uniti una battaglia legale tra lo Stato dell’Arkansas e due case farmaceutiche che hanno bloccato l’utilizzo di propri farmaci come strumento per l’esecuzione di condanne a morte. Anche un’altra casa farmaceutica, la Pfizer, ha intentato un ricorso similare dopo aver adottato la decisione di vietare l’utilizzo dei suoi prodotti per l’esecuzione di pene capitali. Certo appare un po’ paradossale  che la vita di otto detenuti dipenda dagli esiti di una causa civile intentata da Big Pharma, solitamente individuata come un cartello di colossi farmaceutici che ha l’unico obiettivo di creare profitto sfruttando la malattia.

L’episodio riporta in primo piano il dibattito sulla validità della pena di morte e, più in generale, sulla funzione che deve svolgere la pena in una società. L’idea che determinati delitti dovessero essere puniti con l’uccisione di chi li ha commessi è stata sempre presente in qualsiasi comunità organizzata  fin dalla preistoria.  La legge del taglione  – occhio per occhio, dente per dente d’altronde, trova attuazione anche nel Vecchio Testamento, attraverso la lapidazione per reati come l’omicidio o lo sodomia, oltre che  in tutti gli ordinamenti giuridici delle prime civiltà nel mondo.  Tuttavia si può dire che nella storia, quasi da subito, il tema dell’ opportunità della pena di morte fu oggetto di riflessioni, seppur in forma timidamente abbozzata:  già Platone infatti, nel libro IX delle Leggi, riconosce che “la pena deve avere lo scopo di rendere migliore il reo” anche se poi aggiunge che “se si dimostra che il delinquente è incurabile la morte sarà il minore dei mali”.

La funzione rieducativa della pena, nel corso dei secoli successivi, quasi scompare da qualsiasi tipo di ordinamento penale e anzi vi saranno, ciclicamente, recrudescenze nell’utilizzo della pena della morte da cui non è esente neppure il potere temporale del Papato che utilizzò pratiche abominevoli soprattutto durate il periodo dell’Inquisizione. Sarà il filosofo illuminista Cesare Beccaria nel saggio “Dei delitti e delle pene”, destinato a rivoluzionare il concetto stesso di pena, a scagliarsi conto la pena di morte, reputandola una vera e propria vendetta  legalizzata.
Dei-delitti-e-delle-pene
Beccaria sostiene che la pena deve offrire al reo l’opportuna di redimersi e ovviamente la pena di morte, eliminando il reo, seppure apparentemente può essere percepita come uno strumento a tutela della collettività, è indice in realtà di uno Stato debole, incapace di controllare il suo territorio e la sua popolazione.

Le idee di Cesare Beccaria ancora oggi sono alla base di tutti gli ordinamenti che hanno abolito la pena di morte e delle risoluzioni internazionali che vanno in questa direzione, prima fra tutte la moratoria universale sull’esecuzione delle pene capitali sancita dalle Nazioni Unite nel dicembre del 2007. Eppure la pena di morte resiste ancora in molti Stati, non solo quelli caratterizzati da pesanti limitazioni delle libertà personali come ad esempio la Cina che detiene il triste record mondiale delle esecuzioni o la Bielorussia, unico Stato europeo a prevederla nel suo diritto penale, ma anche in Stati democratici quali il Giappone e gli Stati Uniti. Il Presidente Trump , nella recente campagna elettorale che lo ha condotto poi alla Casa Bianca, ha proposto l’obbligo della pena di morte per chi uccide un poliziotto; ci sono anche Nazioni, poche per fortuna, che ancora prevedono condanne a morte pure per i minorenni.

Numerosi sono gli studi che dimostrano come  non ci siano prove che la conoscenza della pena capitale abbia un effetto deterrente sui criminali; inoltre, molto spesso, l’applicazione della condanna a morte è venata da elementi di discriminazione razziale. Negli U.S.A. la maggioranza  delle sentenze di morte colpiscono i neri o le minoranze: emblematico in questo senso fu il caso di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti , due anarchici italiani emigrati in America e condannati  a morte nel 1927 per una rapina finita nel sangue. L’esito di quel processo fu pesantemente condizionato da pregiudizi razziali e politici, riconosciuti ufficialmente dalle stesse autorità dello stato del Massachusets cinquant’anni dopo l’esecuzione della sentenza avvenuta tramite sedia elettrica.1201-11

La pena di morte, come sosteneva Cesare Beccaria, “rendendo meno sacro e intoccabile il valore della vita, incoraggerebbe, più che inibire, gli istinti omicidi”. Essa   risponde a un’esigenza di giustizia che trova nella vendetta la sua modalità di soddisfazione, non avendo neppure la funzione punitiva che è anch’essa intrinseca nella pena, essendo sufficiente in questo senso l’ergastolo. Non c’è dubbio che l’istinto più immediato, di fronte a reati magari commessi con azioni particolarmente efferate, sia appunto quella di rispondere con la stessa moneta. Giustamente però, se si ritiene che  in una comunità civile nessuno possa farsi giustizia da sé, ma che questa debba necessariamente essere amministrata dallo Stato, è opportuno chiedersi se proprio lo Stato possa esercitare la vendetta. Uno Stato di diritto è tale quando non  asseconda gli istinti dei suoi abitanti, ma quando si pone obiettivi  apparentemente difficili da comprendere ma necessari per una regolare la loro pacifica convivenza: la redenzione del colpevole è senza dubbio uno di questi obiettivi.

La funzione rieducativa della pena, mirando a reinserire il condannato nel tessuto sociale una volta scontata la pena, è un principio costituzionale che tende anch’esso a garantire lo sviluppo della collettività. Evitare di reagire a un grave reato comminando la morte non è segno di debolezza da parte dell’Autorità costituita, nè perdono fine a se stesso: consentire anche a chi si è macchiato di reati gravi di capire il male commesso e di ricominciare  a dare il suo contributo alla società in cui vive e opera, è la più grande vittoria che uno Stato possa conseguire.


*Se hai trovato un errore di ortografia, può avvisarci selezionando il testo e premendo Ctrl+Invio.

Comments

comments