E’ diventato virale il filmato nel quale si possono ascoltare i ringraziamenti di Valeria Bruni Tedeschi, all’atto di ricevere il David di Donatello quale migliore attrice protagonista per il film “La pazza gioia” di Paolo Virzì.la pazza gioiaLa bravissima attrice torinese, su quel palco, interrompendo la collaudata ed un po’ noiosa liturgia prevista dal cerimoniale, ha probabilmente continuato a recitare la parte di Beatrice, il  poetico e commovente personaggio interpretato nell’apprezzatissima pellicola del regista livornese, tanto è vero che ha voluto accanto a sé anche Micaela Ramazzotti, sua partner ne “La pazza gioia”, ricostruendo  visivamente la coppia delle due donne folli e tenere che nel film hanno riproposto il tema della malattia mentale.

Tra risate e lacrime, con la Bruni Tedeschi ha fatto prepotentemente irruzione sulla scena del premio cinematografico la follia, quello stato d’animo che è presente in ognuno di noi e che, a volte, degenera in un fattore permanente catalogato come malattia mentale. E non è un caso chebasaglia 3 nel lungo elenco delle persone importanti nella sua vita ricordate – da Natalia Ginzburg alla compagna di banco che le regalò la merendina, da Fabrizio De André alla sua povera psicanalista, da Chopin ad Anna Magnani – Valeria Bruni Tedeschi abbia citato anche Franco Basaglia, il medico veneto che rivoluzionò l’approccio alla malattia mentale dando il nome alla legge nr. 180 del 1978 che chiuse i manicomi e, con essi, la concezione carceraria di cura della malattia mentale.

I matti fino ad allora erano sostanzialmente dei condannati che non avevano commesso reati, ritenuti pericolosi per la società e per gli altri, da tenere legati ai letti, in stanze chiuse a chiavi, con le sbarre alle finestre, spesso sottoposti a trattamenti di cura a base di elettricità. Basaglia rivoluziona completamente i sistemi di trattamento della cosiddetta malattia mentale: i pazienti diventano delle persone da curare non solo con i farmaci ma anche e soprattutto con il rapporto personale, con il calore delle relazioni umane, abbattendo le sbarre, aprendo le porte, introducendo il lavoro ed altre attività, anche ludiche, nei reparti degli ospedali che curano questo tipo di patologia e le sue varie e multiformi espressioni.

manicomio

La follia resta una delle mille emozioni che la mente umana è capace di esprimere ed a volte è addirittura necessaria per evitare di soccombere alla depressione. Spesso è stata ispirazione di opere d’arte scritte e figurate: basti pensare, solo per restare al Novecento italiano, al pittore Antonio Ligabue ed alla poetessa Alda Merini che conobbe i manicomi e gli elettroshock. Erasmo da Rotterdam ne fece oggetto addirittura di un elogio – “In primo luogo osservate con quanta previdenza la natura, madre e artefice del genere umano, ebbe cura di spargere dappertutto un pizzico di follia” –  descrivendola come una Dea senza la quale non sarebbe possibile la felicità.

In fondo, la performance di Valeria Bruni Tedeschi dimostra ancora una volta che la follia non può rimanere imprigionata in convenzioni sociali costruite artificiosamente; quando esplode all’improvviso, magari veicolata attraverso il talento di un’attrice che, per definizione, fa un mestiere un po’ folle, è capace di generare allegria e appunto, addirittura, un momento di felicità. E se proprio non rende felici, della follia ci si può fare scudo per evitare guai: da Ulisse che si finse pazzo per cercare di evitare la guerra di Troia al protagonista dell’Enrico IV di Luigi Pirandello che si rifugia in una falsa follia per sfuggire alla vita.

La felicità, si sa, è uno stato d’animo passeggero, sovente legato ad un’altra emozione vitale per l’uomo: l’amore. Non a caso amore e follia sono spesso a braccetto: si è pazzi d’amore, si ama alla follia. Anche la Bruni Tedeschi, nel suo monologo della premiazione, ricorda gli uomini che ha amato e quelli che l’hanno abbandonata, perché si è sempre un po’ folli quando si è innamorati. I matti, nella purezza dei loro sentimenti, amano in maniera totale e pura, come ci ha ricordato anche Simone Cristicchi nella sua bellissima “Ti regalerò una rosa”; i cosiddetti normali invece, per amore, perdono il senno (“dirò d’Orlando…che per amor venne in furore e matto”, Ludovico Ariosto, Orlando Furioso) e purtroppo sono poi capaci delle peggiori nefandezze, come ci ricorda la cronaca quasi ogni giorno.

Liberare quel pizzico di follia che è in noi, dunque, può essere necessario per riassaporare quelle emozioni che la ragione, con i suoi rigidi schemi, ci tiene nascoste. Inoltre, senza la follia sicuramente non saremmo mai in grado di compiere gesti rivoluzionari (Stay foolish”, “siate folli” disse Steve Jobs) ma accetteremmo passivamente lo status quo: come per don Chisciotte, uno dei grandi folli della letteratura mondiale, per imporre i nostri ideali è necessario a volte combattere anche contro i mulini a vento.


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