La Napoli di “Gatta Cenerentola”. Parlano gli autori del film d’animazione presentato a Venezia

di Davide Speranza

‘C’era, dunque, una volta un principe vedovo, il quale aveva una figlia a lui tanto cara che non vedeva per altri occhi’. Inizia così La Gatta Cenerentola, fiaba appartenente al ciclo del Pentamerone di Giambattista Basile, “Lo cunto de li cunti“. Rielaborata nel tempo, anche da Perrault e dai fratelli Grimm, ha conosciuto trasposizioni cinematografiche – come l’edulcorata versione Disney – e teatrali (celebre l’opera di Roberto De Simone, dove la fiaba di Cenerentola poggia le basi su studi antropologici e sulla storia di Napoli). I toni dell’originale sono oscuri, crudi (Cenerentola ucciderà la prima matrigna, maddecapitandola con il coperchio di un cassone), mischiati al senso del magico e del “meraviglioso”. E’ proprio da questi colori accesi, dall’intruglio di realismo e fantastico, che parte la nuova avventura della Mad Entertainment Animation, factory napoletana (sede in piazza del Gesù Nuovo a Napoli), che in pochi anni è riuscita a ritagliarsi uno spazio importante nel mondo dell’animazione e dell’audiovisivo.

Il primo lungometraggio della Mad fu “L’arte della felicità” (2013), girato da Alessandro arte-felicitaRak: il tassista Sergio, in una Napoli caotica, piovosa, minacciata dall’imminente eruzione del Vesuvio, deve fare i conti con i fantasmi del passato e la morte del fratello, per riconciliarsi con un presente inquieto. Fu un tripudio di ovazione e stupore, con il plauso della critica e, come accade per i film poi diventati cult, quello del pubblico. Adesso, la squadra creativa della Mad ci riprova con Gatta Cenerentola, firmata a otto mani dallo stesso Rak insieme a Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone. L’impianto narrativo, con la protagonista vessata dalla matrigna e dalle sue innumerevoli figlie, resta. Ma la storia del Basile viene riscritta, reinterpretata. Non è la Napoli del “C’era un volta”, ma la metropoli di un tempo sospeso eppure così vicino a noi, dove a farla da padroni sono i signori della droga e della monnezza. Cenerentola, che vive nella enorme nave fatta realizzare da suo padre, la Megaride, passa le giornate tra ologrammi del passato e le angherie delle sei sorellastre: il suo destino, come del resto quello di Napoli, dipende dal trafficante di droga Salvatore Lo Giusto (detto ‘o Re). Il cielo partenopeo arde di cenere vesuviana, il mondo è invaso da miasmi, il bene e il male giocano una partita lungo un confine mai netto, come nelle migliori opere tarantiniane. Senso del tragico e voglia disperata di rinascere sono l’anima della pellicola. A prestare le voci ai personaggi attori come Massimiliano Gallo, Maria Pia Calzone, Alessandro Gassmann, Mariano Rigillo, Renato Carpentieri.

Gassmann al doppiaggio
Gassmann al doppiaggio

Portata alla mostra del cinema di Venezia, in concorso per la sezione “Orizzonti”, Gatta Cenerentola ha confermato la verve visionaria della produzione napoletana. L’opera, ancora nei cinema, è stata presentata all’interno di innumerevoli festival, tra cui il CortoGlogo Film Festival Italia, ad Angri (Sa). Qui, gli autori hanno incontrato il pubblico e presentato alcune clip extra sulla preparazione del film. Abbiamo avuto l’occasione di intervistarli.

Gli autori di Gatta Cenerentola, con il direttore artistico del CortOglobo Recussi
Gli autori di Gatta Cenerentola, con il direttore artistico del CortOglobo Recussi

Come nasce l’idea della vostra seconda fatica cinematografica?

(Ivan Cappiello) Da uno spunto della produzione, che ha suggerito, durante la realizzazione de “L’arte della felicità”, di lavorare su un nuovo lungometraggio. Per farlo, all’epoca, pensavamo di partire da una storia basata sul territorio, ma cercavamo qualcosa che potesse essere espansa in termini universali. Mi fu proposto di dare un’occhiata a Gatta Cenerentola. La versione di Roberto De Simone ha avuto un enorme successo, e questo un po’ ci vincolava. Abbiamo deciso di partire così dalla fiaba originale, di attingere alla primagatta-cenerentola1-polis-magazine trascrizione, che appare nel Cunto de li cunti di Giambattista Basile, del 1634-1636. Partendo dalla considerazione per cui gli archetipi della favola restano intatti – anche se la storia, nel cinema, ha avuto declinazioni diverse, sia più crudeli sia più edulcorate – abbiamo deciso di ripartire da una nostra versione che si adattasse ad un contesto contemporaneo e lasciando il clima favolistico. Sono rimasti molti elementi di tradizione, l’ambientazione napoletana, e abbiamo cercato di liberarla dal tempo, costruendo una storia sospesa tra passato, presente e futuro.

Cosa è cambiato da L’arte della felicità?

(Alessandro Rak) Sostanzialmente è rimasta la stessa squadra operativa, però più esperta, con tecniche più affinate e la possibilità maggiore di progettare assieme. L’arte della felicità è stato qualcosa di sperimentale che è servito a costruire una squadra. Gatta Cenerentola è completamente diverso, è un progetto meno sperimentale, ma con una maggiore coerenza visiva.

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Cosa significa portare avanti uno studio di animazione come il vostro, in Italia e al Sud.

(Marino Guarnieri) In Italia ci sono diversi studi di animazione, ma producono per lo più serie. Noi in 5 anni abbiamo fatto due lungometraggi. “L’arte della felicità” è stata la nostra prima esperienza in questo campo. Anche per Alessandro, che ha avuto la possibilità di metterci assieme e di creare una storia dal nulla: all’inizio c’era solo il titolo. Abbiamo fatto autoformazione e formato altre persone, già allievi di scuole di fumetto e animazione. Poi è arrivato Gatta Cenerentola. A Venezia c’era tutta la nostra squadra al completo. Una emozione gigantesca.

Vi aspettavate tanto clamore a Venezia?

(Dario Sansone) Avevamo lavorato tanto tempo sul progetto. Tutto quello che sarebbe venezia-gattavenuto, andava bene. Quello che poi è accaduto è oltre le nostre aspettative. Soprattutto quando il film è uscito nelle sale. Non ci aspettavamo un apprezzamento della critica così positivo.

La musica è una delle anime del progetto.

(Dario Sansone) Assolutamente sì. C’è tanta musica, un ponte tra tradizione e modernità con il coinvolgimento di tanti autori napoletani. C’è una canzone dei Foja, in chiusura, sui cartelli finali del film, nata insieme alla prima stesura della sceneggiatura. E poi Daniele Sepe, Francesco Di Bella, Laura Graziano e Francesco Fuorni, i Virtuosi di San Martino, ci sono Antonio Fresa e Luigi Scialdone che hanno costruito l’impianto su cui queste canzoni vanno ad appoggiarsi e hanno anche riarrangiato brani della tradizione classica come “Era de maggio” e “Te voglio bene assaje”. La musica diventa quasi un personaggio, ci ha spesso suggerito delle scene e arricchito momenti drammaturgici.


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