di Sara Santoriello

174 nuove carceri in cinque anni: è ciò che il Capo di Stato Erdoğan, classe 1954 e leader dell’Akp (il Partito della Giustizia e dello Sviluppo, liberale conservatore e islamici moderati), ha comunicato un mese fa al mondo. Non sembra controbattere Ismail Kahraman, dal 2015 Presidente del Parlamento della Repubblica di Turchia.

Se ad oggi la capienza delle carceri turche sfiora le 190mila unità, a cosa serviranno mai altre 174 carceri? Da quando, lo scorso 15 Luglio, i militari turchi hanno provato a dare vita adturchia-ultime-notizie-esercito-colpo-di-stato un  Colpo di Stato contro Erdoğan, accusato di voler islamizzare eccessivamente il paese, oltre che di governare come un dittatore, la Turchia vive una grave crisi democratica al suo interno. Qualcuno, dopo qualche giorno, ipotizzò che il golpe fosse opera del potere stesso di Erdoğan, più volte messo sotto scacco dalle rivolte popolari e da un forte dissenso che si stava diffondendo nel paese rispetto alla sua persona. I lavoratori e le lavoratrici del mondo della cultura vengono ogni giorno arrestati con le accuse più infamanti, poiché non allineati al regime; gli attivisti vengono arrestati, uccisi e perseguitati; 90.000 licenziamenti, 30.000 arresti; chiusura di giornali, stazioni radio-televisive, centri di cultura e sedi di partito. Prima della prossima primavera i cittadini sono chiamati alle urne per un Referendum Costituzionale che potrebbe rendere permanente l’ampliamento dei poteri, giustificato da Erdoğan attraverso la dichiarazione dello stato di emergenza.

Un’anticipazione delle nuove modalità di repressione ebbe luogo nel 2013: un sit-in di una cinquantina di persone che manifestavano contro la costruzione di un centro commerciale al posto del Parco Gezi a Istanbul. La protesta prese il nome di “OccupyGezi” e abbracciò tematiche nazionali e internazionali: gezi-park-1dall’uso spropositato della forza contro i manifestanti, dal bisogno di saperi liberi (famosa la foto del manifestante che risponde alle minacce leggendo un libro), fino all’ambiente, alla sensibilità internazionale nei confronti di chi viene privato della libertà di espressione, alla trasmissione delle richieste d’aiuto e dei racconti via Twitter. Venne persino creato un neologismo: “ciapullatore” divenne chi manifestava per salvaguardare i diritti della persona. L’Onu si schierò a favore dei manifestanti ed Erdoğan stesso fu costretto a fuggire.

Cent’anni fa, nel periodo di maggior aspirazione all’autodeterminazione dei popoli, divenne netta e tangibile la divisione tra curdi e turchi. Nonostante fossero gruppi etnicikurds4 vissuti sempre a contatto, alcuni tratti erano e restano in chiaro contrasto. Nel 1923 il Trattato di Losanna affievolì il sogno curdo di affermare un proprio stato indipendente (Kurdistan, dal nome dell’altopiano), poiché le potenze occidentali preferirono dare priorità alle negoziazioni e agli accordi con il nascente stato turco kemalista. Ad oggi la popolazione curda si distribuisce tra Turchia, Iraq, Iran e Siria, contando 25milioni di individui e rappresentando la più grande nazione priva di riconoscimento internazionale, nonché statale. Il Pkk (Partito coxv1wuwcaaclesdei Lavoratori curdo in Turchia) è considerato illegale. Dal 1999 ha abbandonato l’ideologia marxista-leninista per sposare influenze democratiche come la teoria del municipalismo libertario e dell’ecologia sociale di ambito socialista libertario. E’ un partito che difende i diritti delle donne e si scaglia contro il fondamentalismo islamico. In netto ed evidente contrasto, dunque, con tutti i partiti ad oggi presenti in Turchia e per questa ragione considerato “terrorista”. Dal 24 Agosto 2016 il popolo curdo sta combattendo l’ISIS in Siria, insieme alle altre etnie (assiri, siriani, armeni, arabi, turcomanni) che compongono la Confederazione Democratica: un valido esempio di avviamento del processo democratico dell’area siriana. Lo scorso 24 Settembre si è tenuta a Roma la manifestazione organizzata dagli attivisti italiani a sostegno della lotta curda.


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