La mano pesante del governo Erdogan

Lo scorso mese i rapporti tra turchi e curdi si sono incrinati ulteriormente. Erdogan ha invitato gli intellettuali pacifisti a “scavarsi delle trincee”. Così, la libertà di opinione subisce delle lacerazioni

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Una vera e propria guerra civile sta interessando i territori dell’Anatolia a causa della difficile convivenza tra turchi e curdi. Sebbene questi ultimi rappresentino una minoranza all’interno della penisola rispetto agli arabi (rispettivamente il 16% ed il 76%), dal 1984 il PKK, una formazione politico-militare curda considerata illegale in Turchia, vive grazie all’appoggio delle masse popolari, rivendicando la fondazione di uno stato indipendente nella regione storico-linguistica del Kurdistan, a cavallo tra Turchia, Iraq, Iran e Siria. L’organizzazione attualmente è impegnata nella guerra contro lo Stato Islamico (ISIS) in Iraq e in Siria al fianco dei peshmerga e all’YPG curdi, ed è presente nella regione del Rojava, dove sta tentando di realizzare una rivoluzione.

Dal 2013 era in vigore un “cessate il fuoco” nei confronti del governo turco, a cui si è sempre opposto, ma, nell’ultimo periodo, pare che le trattative di pace non siano andate a buon fine. Lo scorso 10 Ottobre 2015 un’esplosione causò la morte di 102 persone nel corso di una manifestazione pacifista organizzata dai gruppi di opposizione e dai moderati del Hdp (il partito curdo che alle elezioni di giugno aveva impedito ad Erdogan di raggiungere la maggioranza) ad Ankara. Di lì a poco si sarebbero tenute le elezioni che avrebbero riconfermato la figura di Erdogan.

Il governo Erdogan, infatti, nel mese di Gennaio ha dato vita ad una repressione durissima. I motivi che hanno deviato gli atteggiamenti sia turchi che curdi risiedono nelle scelte politiche (ed economiche): se da un lato i turchi continuano ad avere un atteggiamento ambiguo nei confronti dell’ISIS, dall’altro lato i curdi impugnano le armi per sconfiggere il fondamentalismo islamico.
Numerosi intellettuali, tra cui l’americano Noam Chomsky, hanno firmato una petizione di pace “Non saremo parte di questo crimine” per mettere fine agli scontri e al massacro dei cittadini residenti nei villaggi di etnia curda. Erano 1128 tra giornalisti ed accademici i firmatari, prima che il sito web venisse oscurato. Il presidente li ha definiti degli “ignoranti” e li ha invitati a “ritirarsi sulle montagne, oppure a mettersi a scavar trincee”. 27 firmatari sono stati arrestati dalle forze di polizia: si tratta di professori universitari e studiosi accusati di essere fiancheggiatori del terrorismo. Contemporaneamente è stata limitata la libertà di opinione e aggravato il bavaglio alla stampa.

La deriva autoritaria allontana sempre di più la Turchia dall’Europa, sebbene il Fme consideri questo paese tra i più sviluppati al mondo.


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