Già nel 2008, Reporters sans frontières parlava di un “indebolimento della libertà di stampa”, riferendosi ad un fattore comune a tutti gli Stati del vecchio continente. In quel periodo era totalmente assente, da parte dell’Unione Europea, un’adeguata attenzione al tema. In termini normativi, i media nelle espressioni di libertà e pluralismo vengono citati soltanto nell’art. 11 della Carta di Nizza (“la libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati”). Tra le proposte avanzate al Parlamento Europeo dopo il 2001 c’è quella di un mercato comunitario dei mezzi di informazione: impossibile in periodi di crisi economica, in cui le testate non riescono a mantenere la propria indipendenza.

Freedom House, l’agenzia statunitense (non-governativa) che dal 1980 monitora la libertà di informazione a livello globale, nel 2015 classificò l’Italia 65°, tra gli Stati “parzialmente liberi”, nella classifica basata su 199 casi in materia di libertà di stampa. Il dato rispecchiava lo stesso risultato ottenuto nel 2014, con la differenza che, in Europa, l’Italia restava il 30° Stato su 42, seguita soltanto da Ungheria, Kosovo, Grecia, Romania, Turchia, ecc.. – Stati in cui la tradizione democratica non si è ancora affermata pienamente.

Diversa è la situazione tedesca: la Germania, classificatasi al 20° posto, conta tra le sue file lo storico giornale Frankfurter Allgemeine, considerato l’emblema della libertà di espressione nel paese. Un suo corrispondente, Tobia Spiller, dichiarò che il periodico era ben distante da qualsiasi interesse politico e che nel suo paese la gestione dei media proveniva da editori “puri”, scissi dalle logiche di potere che in altri paesi, come l’Italia, si sono verificati. Il caso Mediaset, la legge Gasparri del 2004, il caso Saccà, i dissapori con la giornalista Lucia Annunziata, le dichiarazioni su Santoro, Biagi e Luttazzi, fanno pensare alla rilevanza che i media hanno ottenuto sulla scena politica italiana.

2de6e33e-1da9-4b6e-b497-6a4cfdedf890Non è esente il Governo Renzi da un’analisi sullo status di avanzamento del diritto di espressione (tra l’altro sancito dall’articolo 21 della Costituzione): Michele Santoro, giornalista e conduttore di Servizio Pubblico, costretto a spostare la sua trasmissione su multipiattaforma, ha dichiarato, in una lettera a Libero, che le scelte prese nell’ultimo periodo, la discriminazione della Rai nei confronti del suo team, il rifiuto privo di motivazioni valide e l’arrivo di Campo Dall’Orto, la speculazione che la politica sfrutta per introdurre i concetti di “merito” e “professionalità”, sono aspetti addirittura peggiori di quelli utilizzati nel periodo berlusconiano. Qualche mese fa anche la trasmissione Ghiaccio Bollente ha spento i riflettori; il conduttore Massarini aveva dichiarato: «È arrivata una email di una riga, non c’è stato nessun contatto personale né spiegazione al nostro produttore interno. Il costo era sicuramente molto basso in confronto ad altri programmi e i risultati erano in media con quelli della rete, spesso migliori. Facciamo tutto in casa. Considerando che in due anni non abbiamo mai avuto un supporto dalla rete, un qualsiasi tipo di promozione, verrebbe da pensare che non eravamo certo una loro priorità.».

Un bilancio negativo che vede totalmente annientata la figura del giornalista professionista, relegata al ruolo di blogger on-line costretto a dover sottostare ad una legislazione che non riconosce le sue potenzialità; il “free-lance” è uno stile di vita non regolamentato.


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