Scissione PD. La fine del sogno riformista

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La scissione che si sta consumando all’interno del Partito Democratico sancisce, anche sul piano strettamente politico, la fine della Seconda Repubblica nata all’insegna della vocazione maggioritaria e conclusasi con un ritorno al sistema proporzionale che favorisce il proliferare di partiti anche piccoli o piccolissimi. La spaccatura  che si è creata, e che potrebbe portare alla nascita di un partito composto prevalentemente da esponenti provenienti dall’esperienza del vecchio PCI-PDS-DS per lasciare nel Partito Democratico esponenti invece in gran parte provenienti dalla esperienza del  DC-Partito Popolare-Margherita, riporta le lancette della politica a venti anni fa.

Il Partito Democratico non nasce dal nulla ma è il frutto di un percorso politico lungo quasi quarant’anni: quando ancora il mondo era diviso in due blocchi e il Partito Comunista Italiano era, per alcuni, una minaccia alle libertà democratiche dell’Italia, Aldo Moro tentò un compromesso storico tra i due grandi partiti di massa italiani, la DC e il PCI appunto, tentativo soffocato nel sangue dal terrorismo rosso favorito anche da settori deviati di alcuni apparati dello Stato che vedevano come fumo negli occhi l’ingresso dei comunisti al governo.  Con la caduta del muro di Berlino, le forze riformiste presenti nel  principale partito della sinistra italiana, tra i cattolici ed  in altri settori della società, diedero vita prima all’esperienza elettorale dell’Ulivo e al primo governo Prodi; poi decisero di confluire in un unico contenitore politico che potesse guidare il riformismo italiano e far nascere una forza democratica di sinistra grande come quelle esistenti in altri Paesi europei. Grandi furono le aspettative che si crearono, enormi gli entusiasmi per un partito nato non da una divisione, come solitamente accade, ma da una fusione.

Le ragioni che, a distanza di dieci anni, provocano la possibile scissione sono oggetto di discussioni e polemiche. Sicuramente si può affermare che scomparirebbe l’ultimo grande partito di massa  della politica italiana, almeno nella forma con la quale era stato pensato. Resterebbero sulla scena partiti personalistici nati dalla volontà di un solo leader, e partiti che fanno del populismo la caratteristica della propria azione politica. Tutto questo mentre, attorno, il mondo occidentale conosce esperienze come quelle di Trump che rischiano di infettare, con il loro egoismo sociale,  la nostra società che sembra aver perso gli anticorpi della solidarietà sociale.

Ed è anche singolare notare come in realtà i leader del Partito Democratico siano molto più divisi degli elettori del Partito Democratico, che magari hanno visioni diverse su problemi specifici come la scuola o il lavoro, ma che sicuramente  eviterebbero la scissione. Solamente i pasdaran degli schieramenti che si  contrappongono  non si rendono conto che aver spaccato un luogo di discussione politica qual era il Partito Democratico nonostante i limiti, i difetti, le storture, anche al di fuori della legalità, che si sono verificate li inchioda ad una responsabilità enorme:  vanificare il sogno di tanti elettori  e militanti che considerano proprio avversario politico il populismo senza idee e la destra più retriva,  non certo il compagno di partito che magari la pensa diversamente sui voucher o sulla buona scuola. È  una responsabilità enorme che condannerà questa classe politica agli occhi della Storia, ed è la dimostrazione che si può essere  degli abili strateghi senza avere la statura di Politici attenti esclusivamente agli interessi della collettività, in definitiva senza avere  la statura di Statisti.


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