La “Confraternita del SS. Nome di Dio”: risorsa della comunità.

Il nostro viaggio, nel panorama associativo di Nocera Superiore, prosegue con uno sguardo alla “Confraternita del SS. Nome di Dio”, realtà che da quasi un decennio, è tornata ad  operare, attivamente, sul nostro territorio cittadino; di impronta squisitamente cristiana, la Confraternita incarna quei valori, di carità, spirito di sacrificio, fratellanza e cura dell’altro, che hanno contribuito e contribuiscono, alla crescita comunitaria ed inclusiva del territorio. Una risorsa per la nostra Città, che, in un’epoca di esasperazione dell’individualismo, ancora riesce a conservare, grazie all’attività delle nostre Parrocchie, una dimensione “umana”, “familiare”, “genuina”.

Emiliano Bigi, Priore della Confraternita del SS. Nome di Dio, e Luigi Esposito, membro del Direttivo, hanno così risposto alle nostre domande:

La vostra storia, la volontà, i valori e la missione alla base di questa realtà.

«Da documenti trovati in parrocchia si parla della confraternita del SS Nome di DIO già da prima della costruzione della chiesa di San Bartolomeo apostolo, avvenuta nel 1588, per cui la nostra confraternita risale ad anni prima. E’ stata attiva sino agli anni ’70, poi con il terremoto è rimasta inattiva sino al 2010, quando un gruppo di giovani spinti dal desiderio di riprendere in mano questa realtà e dare onore a tutte le opere compiute nei tempi passati, si sono incontrati, ne hanno parlato e dopo un percorso di formazione, proprio delle confraternite, ha ridato vita alla Confraternita del SS. Nome di DIO.

La confraternita lavora ininterrottamente secondo i suoi principi di carità ed assistenza a tutt’oggi; da sottolineare la volontà e caparbietà degli aderenti, che con il loro impegno e con la benevolenza della cittadinanza hanno riportato in parrocchia molte opere d’arte, che, in passato, erano state affidate al Ministero dei Beni Culturali; l’unica opera a non essere ritornata a “casa”, in parrocchia, è “La pietà” di Angelo Solimena, forse la più importante, attualmente ancora all’interno del museo diocesano di Vescovado in Nocera Inferiore».

L’importanza ed il ruolo attivo delle associazioni, nello sviluppo della nostra comunità cittadina. Le difficoltà ad operare sul territorio.

«La nostra è una forma di associazione dal forte valore cristiano. E’ un ente ecclesiastico civilmente riconosciuto, iscritto nel registro delle persone giuridiche presso il tribunale di Salerno. Ha tra le proprie finalità: la formazione sociale e Cristiana dei Confratelli e Consorelle, porta il sostegno agli ammalati, agli anziani soli ed effettua opere caritatevoli. Il sociale è un ambito che va affrontato con molta delicatezza, soprattutto in termine di privacy. Le associazioni su un territorio, sono ossigeno per la popolazione e vanno curate dalle istituzioni locali ed ecclesiali. Sono una forma di comunità dove si incrociano tutte le realtà territoriali che hanno un fine comune.

Per noi confratelli la collaborazione tra il nostro ente e le istituzioni locali, sia pur nella differenza di compiti e ruoli, è possibile e va affrontata focalizzando l’attenzione, sul cuore dei “comuni interessi”: la persona. Non ci sono “i poveri della comunità dove operiamo noi” e quelli del Comune, ancora, non ci sono “giovani della mia parrocchia” e quelli del Comune. Se tutti noi  mettessimo al centro i poveri e i giovani allora le associazioni laicali del territorio e il Comune non potrebbero non collaborare per un fine così giusto. Una sinergia tra i vari gruppi operanti, offrirebbe la soluzione migliore ai reali problemi, di qualunque colore possa essere l’amministrazione in un dato momento, la priorità deve coincidere con “le persone alle quali tutti noi DOBBIAMO dare RISPOSTE”».

Cosa manca alla nostra città, in termini di spazio e opportunità, perché l’associazionismo possa davvero concorrere, come valore aggiunto e risorsa, alla creazione di una cittadinanza attiva e consapevole?

«La nostra città si porta dietro, la sua conformità territoriale: le frazioni. Nell’era delle reti ecco che l’idea di una rete sociale di comunità, con particolare attenzione a quelle caritative, potrebbe quantomeno andare incontro alle esigenze del territorio. Le frazioni rappresentano gli individui, i gruppi, le organizzazioni, mentre le linee identificano l’insieme delle relazioni. La rete sociale va vista come uno strumento di intervento, soprattutto nel lavoro di concerto con i servizi sociali, sanitari e di comunità in generale. Collegandomi al pensiero precedente, dobbiamo iniziare a guardare non alla famiglia della frazione, ma alla famiglia che ha un bisogno, come pure l’evento organizzato, non deve essere programmato sul “bisogno” della frazione, ma sul “bisogno” dell’intero territorio. Le istituzioni di concerto con le associazioni collaborino al sostegno delle famiglie e cerchino di dare una migliore vivibilità alle periferie. Possiamo creare spazi e luoghi di incontro, ma se alla base, non vi è “spirito di unitarietà”, qualunque innovazione o intervento aggregativo, si tradurrebbe solo in una “cattedrale nel deserto”».


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