Cinema: “Joy”, il sogno americano al femminile

Joy vive nello sprofondo di uno Stato dell’est, attorniata da una famiglia a dir poco vivace e complicata. Ma ha un sogno: inventare oggetti utili e mettere a frutto le sue invenzioni, combattendo con le unghie e coi denti. Ci riuscirà con il mop.

Detta così il film (USA, 2015) sembra una delle tante success story che sono l’ossatura della mitologia Usa: la realizzazione del famoso réfrain, ”chiunque può farcela”, ad arricchirsi e diventare famoso. E in parte lo è. Anzi, la vita di Joy Mangano, che ha realmente progettato e creato sia questo che altri oggetti per la casa, divenendo capo di una conglomerata multimilionaria, è stato lo spunto del film.

Diretto da David Owen Russell – autore che nelle sue opere ha ottenuto il maggior numero di nomination e Oscar, compresa la protagonista Jennifer Lawrence – oltre ad aver  sceneggiato e prodotto insieme alla brava e multi-talentosa (già attrice famosa, scrittrice, producer tv) Annie Mumolo. E ne ha fatto un’opera di riflessione autorale su cosa “ci sia dietro e dentro” il vivere una vicenda così esemplare e unica. E tale in ogni senso.

joy-movieLa famiglia non è propriamente disfunzionale, ma poco ci manca: lei ha due figli; un padre, Robert De Niro che pensa soprattutto a ”fidanzarsi”, successivamente con un’eclettica Isabella Rossellini; la mamma divorziata (Virginia Madsen) che vive auto-relegata a letto tra soap opera e pianti; l’ex marito (Edgar Ramirez), che però ha grande affetto e fiducia in lei, e che abita nello scantinato; una sorellastra, Peggy (Elizabeth Rohm) che la invidia e la odia.

La nonna (Diane Ladd che ad 80 anni ha fascino da vendere), è la voce narrante del film, e sono lei e Joy le uniche ad aver la testa sulle spalle: lei soprattutto facendosi carico, con più realismo e concretezza, dei problemi della casa e della famiglia nel suo insieme, seppur così stressante. Eppure, in Joy abita un’indomita energia, che non le fa perdere di vista i suoi sogni: solo “adattandoli” al suo ruolo attuale. Ed è così, riflettendo su uno dei tanti episodi di ordinaria disfunzione domestica, che le viene l’idea del mop. Ma, in un qualche modo, tutta la cornice narrativa sembra, come dire, distorta fin dall’inizio.

Il film inizia con delle scene di una soap tv in bianco e nero (con gli stessi personaggi che ritorneranno a colori più avanti), dai dialoghi e movimenti volutamente molto schematici e piatti prospetticamente, come era lo stile della tv anni 50.

È evidente la finezza ideativa di una sorta di parallelismo tra la visione che la tv dava della vita ordinaria di quegli anni e la stessa immagine che la “gente” aveva di sé e del suo fare.

Essa era, già allora, ispirata, anzi condizionata dalla tv, che diveniva modello di spettacolarizzazione “diffusa”, perché tutti si adeguavano, inconsapevolmente, ma profondamente, a quei modelli dei valori della vita. Questo tema ritornerà più tardi: sia perché noi rivedremo la tv che a colori presenta le vicissitudini senza fine degli stessi personaggi, benché invecchiati, ma con la stessa presa sui pubblici; e sia perché Joy, acutamente consapevole dalla pervasività della tv, capirà a volo l’importanza della televendita: e sarà lei stessa, presentandosi come una casalinga alle prese coi problemi di casalinghe, a veicolare, grazie a questa, il successo strepitoso della sua creazione.

E la vicenda personale di Joy si articola, con un montaggio spezzato, molo vivace joy(curato da ben quattro editors) e di grande efficacia emotiva, all’interno di quest’atmosfera scenografica (della brava Judy Becker che ha già validamente  e spesso collaborato col regista) della famiglia che è, allo stesso tempo, storico-sociale e psicologica, scandita dai tempi del vivere televisivo. E che si insinua nelle banalità quotidiane di questo nucleo polimorfo, i cui comportamenti sono spessi survoltati, e di cui lei è ostaggio e vittima. Specie all’inizio abbondano le visuali fish-eye, in cui tutti sembrano ripresi non sul piano ma su una sfera.

È chiaro che il regista, come ha dichiarato, sottolinea così anche stilisticamente l’aspetto corale: la visuale sferica, azzardata e innovativa, è più efficace, specie in una scenografia d’interni.

Poi, man mano che Joy diventa padrona di sé, la vista diventa tradizionalmente prospettica e frontale. E parte dal momento in cui lei esce e cammina, mentre la macchina da presa le è davanti “in carrello” sulla strada, dopo aver affrontato vittoriosamente quell’affarista-cowboy,  e ritorna finalmente cosciente di sé e dei suoi sogni realizzati. E nel sottofinale c’è una tradizionale carrellata-panoramica dove sono ripresentati i membri- ahimè meschini – della famiglia ma Joy ne è fuori: li guarda come dall’esterno non come all’inizio ove, come era espressivamente suggerito, lei stessa era parte e concausa  della nevrosi collettiva.

Come pure molto efficaci sono le sequenze del set delle televendite: la scansione, l’illuminazione e il movimento sia di montaggio che scenografico degli spazi suggeriscono un’impressione profonda, dall’impatto quasi di una fantasmagoria collettiva.

L’attrice protagonista, Jennifer Lawrence che, a dispetto dei suoi 25 anni, ha duttilità, bravura, potenza innata e capacità di “riempire” lo schermo senza stancare (lei è presente quasi in ogni scena). Molte capacità che fanno di lei – attualmente – l’attrice più pagata di Hollywood.


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