ITALICUM: cosa resta?

Le motivazioni con cui la Corte Costituzionale ha giudicato la legittimità della legge elettorale nr. 52 del 2015, meglio conosciuta come “Italicum”, affrontano questioni di diritto particolarmente complesse che però, andando ad impattare su uno dei principali temi politici, quello appunto della legge elettorale, inevitabilmente finiscono per avere riflessi rilevanti nel dibattito tra le forze politiche.

Innanzitutto, nelle cento pagine della sentenza, la Corte riconosce che “il legislatore ha ampia discrezionalità nella scelta del sistema elettorale che ritenga più idoneo in relazione al contesto storico-politico in cui tale sistema è destinato ad operare” riservandosi esclusivamente la valutazione della “ragionevolezza” della disciplina introdotta rispetto ai principi generali che reggono il nostro ordinamento.

Il rimando alla modificabilità della legge elettorale in base al contesto storico-politico è molto interessante: la ragione per cui la materia elettorale non fu irrigidita in norme costituzionali, ma fu demandata dai Padri Costituenti alla legge ordinaria, sta  proprio nel fatto che i meccanismi tecnici con cui siamo chiamati ad eleggere i nostri rappresentanti debbano poter mutare a seconda dei tempi. Certo, negli ultimi venti anni, possiamo tranquillamente affermare che di questa discrezionalità le forze politiche hanno ampiamente abusato, trasformando la materia elettorale in battaglia politica per garantire la propria sopravvivenza e il controllo degli eletti, piuttosto che per cercare delle regole condivise che assicurassero rappresentanza e governabilità.

La Corte esclude che rientri tra i suoi poteri quello di giudicare l’entità del premio di maggioranza (in questo caso il 40 per cento) e, alla luce della discrezionalità legislativa in tema di leggi elettorali, ritiene che la soglia prevista dall’Italicum “non appare in sé manifestamente irragionevole, perché volta a bilanciare i principi costituzionali della necessaria rappresentatività della Camera dei Deputati e dell’eguaglianza del voto, da un lato, con gli obbiettivi, pure di rilievo costituzionale, della stabilità del Governo del Paese e della rapidità del processo decisionale, dall’altro”.  La Corte equipara quindi l’esigenza della rappresentatività con la necessità della stabilità di governo e con la velocità del potere decisionale, elevando questi ultimi a principi di rango costituzionale; pertanto si può ritenere che saranno perfettamente legittime, per il futuro, anche leggi di tipo maggioritario che non sacrifichino eccessivamente il principio di rappresentatività. Inoltre, nelle sue motivazioni, la Corte ribadisce che anche la soglia di sbarramento come prevista dall’Italicum (tre per cento) contribuisce non solo alla formazione di una maggioranza, ma anche a garantire un’opposizione non eccessivamente frammentata così attenuando, e non aggravando, i disequilibri prodotti dal premio di maggioranza.

Non ha invece retto alle censure il sistema del ballottaggio che era previsto dall’Italicum. Anche su questo delicato passaggio della sentenza occorre leggere con attenzione le motivazioni della Corte. E’ scritto infatti che non è il turno di ballottaggio in sé, in astratto considerato, a risultare costituzionalmente illegittimo ma lo sono le specifiche disposizioni previste da questa legge. Il ballottaggio resta un sistema perfettamente compatibile col nostro ordinamento giuridico. Quello disciplinato dall’Italicum, tuttavia, innestando tratti maggioritari su un sistema elettorale fondamentalmente proporzionale creava, a detta dei Giudici Costituzionali, un eccessivo sacrificio del principio di rappresentatività ed una distorsione del voto consentendo, in teoria, ad una forza politica che al primo turno avesse ottenuto una percentuale esigua, un’eccessiva sovrastima in termini di seggi qualora avesse vinto il ballottaggio. Si può supporre quindi che se la legge avesse previsto che al ballottaggio accedessero non le prime due liste tout-court, ma tutte le liste che avessero ottenuto una determinata percentuale (ad esempio il 20 per cento) il giudizio di costituzionalità sarebbe stato diverso. Ovviamente la Corte ribadisce che non tocca ad essa scrivere quale sia il sistema migliore per disciplinare un turno di ballottaggio che risulti perfettamente in linea coi principi costituzionali, essendo questa materia affidata al legislatore e quindi, in definitiva, alla politica.

Interessante infine la precisazione che fa la Corte quando evidenzia che quello previsto dall’Italicum fosse un ballottaggio diverso da quello previsto dalle legge elettorale per i Comuni. Quest’ultimo risulta pienamente legittimo in quanto si colloca in un “assetto istituzionale caratterizzato dall’elezione diretta del titolare del potere esecutivo locale, quindi ben diversa dalla forma di governo parlamentare prevista dalla Costituzione a livello nazionale”.

Altro punto interessante della pronuncia della Corte è la legittimità dei capilista bloccati, materia oggetto di acceso dibattito politico. Su questo punto la Corte, invece, sostanzialmente conferma la bontà dell’impianto dell’Italicum che ha recepito i rilievi fatti dalla stessa Corte nel giudizio di legittimità sul cosiddetto “Porcellum”, ossia sulla legge elettorale con la quale abbiamo votato negli ultimi anni. Il sistema previsto da quest’ultima legge, ossia una lista interamente bloccata nell’ambito di circoscrizioni molto ampie e in presenza di un numero elevato di candidati, aveva indotto la Corte ad escluderne la legittimità costituzionale. L’Italicum invece, prevedendo collegi più piccoli, liste più corte, un solo candidato bloccato, la possibilità di esprimere due preferenze per gli altri candidati, supera tutte le obiezioni precedenti. Significativo poi è l’inciso della Corte in cui viene scritto che:  “l’indicazione dei candidati capilista , è anche espressione della posizione assegnata ai partiti politici dall’art.49 Cost……..alla luce del ruolo che la Costituzione assegna ai partiti, quali associazioni che consentono ai cittadini di concorrere con metodo democratico a determinare, anche attraverso le elezioni, la politica nazionale”. Il partito assume pertanto ancora un ruolo centrale nella partecipazione dei cittadini alla vita politica nazionale: la crisi della forma partito pone alla nostra società un problema rilevantissimo di  deficit di democrazia  a cui, finora, non si è trovata alcuna soluzione efficace.

La legge elettorale ridisegnata dalla pronuncia della Corte è immediatamente applicabile. Se si votasse domani, avremmo due leggi proporzionali diverse per la Camera dei Deputati e per il Senato. Di per sé questo non è un fatto eccezionale; tuttavia anche la Corte richiama la politica al suo compito: alla luce del risultato del referendum costituzionale del 4 dicembre scorso, il nostro resta un sistema istituzionale fondato su due Camere paritarie. Affermano pertanto con forza i Giudici Costituzionali che “la Costituzione esige che, al fine di non compromettere il corretto funzionamento della forma di governo parlamentare, i sistemi adottati, pur se differenti, non devono ostacolare, all’esito delle elezioni, la formazione di maggioranze parlamentari omogenee”.

Sapranno le forze politiche tener conto di questa stringente raccomandazione e adottare, in tempi rapidi, una legge elettorale che garantisca la formazione di maggioranze omogenee nei due rami del Parlamento? Nelle prossime settimane sapremo se la risposta a questa domanda sarà positiva: in tal caso vorrà dire che la classe politica avrà fatto un’assunzione di responsabilità importante e potremo guardare al futuro con un pizzico di ottimismo in più.


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