Inverno 1850, Nantucket: il giovane scrittore Herman Melville intervista un sopravvissuto, allora giovane e inesperto mozzo, al naufragio della Baleniera Essex avvenuto nel 1820, attribuito – vox populi – ad un leggendario cetaceo di dimensioni mostruose.

in the heart of the seaGià da subito, quando apparve nel 1851, il romanzo “Moby Dick” fu considerato l’Iliade della giovane letteratura nordamericana. Questo film, “In the Heart of the Sea” (USA, 15) è una riflessione sugli avvenimenti reali che portarono alla gestazione del libro. Avvolti in un’aura leggendaria, ben si prestarono alla trasfigurazione possente che ne trasse H. Melville, tra allegoria metafisica ed esistenziale, ma strettamente legata ad una visione della società del tempo, e grande tensione stilistica.

Il film parte da un romanzo di Nathaniel Philbrick, che si presenta al lettore come  una sorta di incunabolo (testo antico a stampa dato come basico ndr) letterario al capolavoro melvilliano in cui i materiali testimoniali, ritenuti reali anche se non documentati in sede di processo fatto dopo il naufragio della nave, sono oggetto di una sorta di “collocato nell’abbisso”, in cui il lettore  è come “se scendesse” a confrontarsi con il doppio percorso dello scrittore contemporaneo.

Un narrazione che ha presente un’altra narrazione, il libro “Moby Dick”: un esempio di metanarrazione. E’ un’operazione che può sfociare in una scrittura forte, ispirata ma non principalmente dai fatti in sé, quanto piuttosto dal libro di partenza.Essa spesso diventa attualizzante di un testo ritenuto un classico.  Mi sono dilungato sul “prima” del film per specificare che siamo in presenza di un’operazione culturale complessa, gestita dal regista Ron Howard, anche produttore insieme a Brian Grazer, suo storico socio, con grande capacità che non esito a definire autorale. Chiunque si confronta col “Moby Dick” in America non avvia solo un’operazione letteraria-culturale ma sottolinea qualcosa che è parte integrante della formazione della stessa mentalità della società americana

in the heart of the seaNel 1956  il grande John Huston ne trasse un film, a suo modo un capolavoro, in cui l’aspetto epico fluisce in una visione di forsennata sfida alla natura e al destino, in una cornice di romanzo di formazione. Qui invece, il regista e il suo bravo e abile sceneggiatore Charles Leavitt, hanno scarnificato i dialoghi, concentrandosi sull’azione e sul rapporto col mare. Ma soprattutto l’hanno dinamizzata, fino ad arrivare a guardare in fondo agli occhi di questo mostro di una grandezza innominabile. C’è una sequenza in cui il primo ufficiale, l’attore “di stazza” non solo fisica, Chris Hemsworth (il Thor della saga Marvel), ha l’opportunità di uccidere il mostro ma resta a fissarlo negli occhi e lo lascia andar via salvo. Questo incontro ha una portata narrativa notevole, perché afferma la sostanziale unità psicologica tra cacciatore e preda, un patto di mutuo rispetto allorché avviene in condizione di parità (si pensi a Hemingway).Da questo  scaturisce la riflessione generale sulla funzione della caccia alle balene, vista come una forma di saccheggio sulla natura e di appropriazione del loro olio, considerato allora molto buono nell’illuminazione, e la grande ricchezza che ne veniva agli armatori di Nantucket, l’allora “l’Arabia Saudita” degli USA.

in the heart of the seaIl film si scandisce in diverse parti. La più lunga è quella relativa alla deriva delle barche dopo il naufragio sotto la costante presenza della balena che vuole rendere la pariglia della caccia. Cosa si sente ad essere prede, e non più cacciatori?Il film rende questa atmosfera di perdizione e annichilimento e di cambio di soggettività, e lo fa con fluidità narrativa e potenza espressiva senza appesantire con tirate ecologiche, tra l’altro fuori registro storico, ma facendo parlare i fatti tenendo l’intera narrazione all’interno di un grande respiro visuale.

In questo il lavoro del montaggio, della fotografia  e degli effetti speciali sono stati di più che di ottima qualità. Il direttore delle foto è il danese Anthony Dod Mantle che ha assicurato alla luce  una tonalità continuamente sospesa tra documentazione storica  e senso della leggenda reificata. Gli effetti speciali visuali e non solo, sono curati da diverse Companies specializzate ma tra quelli non visuali è Mark Holt, il coordinatore-supervisore dotato di senso artistico più individuato. A lui si deve l’ideazione della Balena Bianca e dei suoi movimenti, apocalittica e impressionante, dotata però di una mobilità agile  e imprendibile esprimendo una sua singolarità forte, di re assoluto degli sterminati spazi al cui confronto ogni altro essere si annulla.

Il regista l’ha definita un personaggio alla King Kong, consapevole di sé.


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