Imprenditoria e letteratura: piccola storia della famiglia (e del Premio) Sorrentino

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di Davide Speranza

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da sinistra: Domenico Mastino, Rita Sorrentino, Luisa Trezza, Maria Consiglia Federico

La distanza tra imprenditoria e cultura, in Italia, è disegnata lungo un baratro senza fondo. Il mecenatismo non è sempre contemplato e i due mondi – quello industriale e quello immateriale – non collimano, respirano per compartimenti stagno, come due asintoti che non si toccano mai. Eppure, il nostro paese ha basato la propria struttura di crescita economica e sociale, nei secoli scorsi, sul rapporto tra mecenate e artista, chi ha la moneta e chi ci mette l’ingegno visionario. Fortunatamente il presente non è poi così nero: anche se lunga sarebbe la lista di progetti abortiti o, peggio, di centri e poli culturali che nascono come salotti dei potenti di turno e finiscono per diventare stalle per aperitivi, chiudendo senza l’aiuto delle amministrazioni locali. Uno degli esempi più pregnanti, nell’ottica di un fortunato binomio imprenditoria-cultura, è la Fondazione Il Campiello da cui è nato l’omonimo premio. Una visione lungimirante, voluta dagli Industriali del Veneto “con l’obiettivo di contribuire alla promozione e alla diffusione della cultura italiana”. E non ci si scandalizzi se il presidente della fondazione sia lo stesso che presiede Confindustria Veneto, mentre il Comitato dei Fondatori è costituito dai presidenti delle sette Associazioni territoriali degli Industriali veneti. Esempi del genere, si contano sulle punte delle dita. D’altro canto, un paese come il nostro – che ha subito le aberranti distorsioni socio-antropologiche del boom economico tra gli anni ‘60 e ‘70 del Novecento, affossando così la propria anima agricola, da un lato,  e artistico-architettonico-paesaggistica, dall’altro – non può che avere un futuro non precisamente glorioso in merito, anzi grigio come il cemento che lo sta affogando. Eppure, piccole realtà sopravvivono ancora, portandosi dietro una storia locale che poi, nell’insieme delle altre piccole storie paesane, fanno l’immagine secolare dell’Italia. Ci si riferisce al Premio letterario internazionale “Memoriale Cav. Matteo Sorrentino”, organizzato dall’associazione Nova Sociale, di Nocera Superiore in provincia di Salerno. Una manifestazione che guarda al passato, al presente e al futuro, tra mecenatismo familiare e voglia di rigenerarsi nel corso dei decenni, valorizzando le capacità dei ragazzi. Quest’anno il Premio è arrivato all’ottava edizione, con l’organizzazione affidata a Maria Consiglia Federico, presidente della Nova Sociale, e la curatela di Domenico Mastino. A sognarla, questa piccola creatura letteraria, sono gli eredi di quel cavalier Sorrentino, conosciuto per essere stato uno degli industriali più importanti nella valle dell’Agro Sarnese Nocerino (culla della millenaria Nuceria). La manifestazione è fatta di tre sezioni – poesia, narrativa e saggistica – e comprende un settore dedicato ai ragazzi tra i 14 e i 18 anni. Quest’anno hanno partecipato anche giovani londinesi, viennesi e francesi. La premiazione dei vincitori* si è tenuta domenica 23 ottobre nell’aula consiliare di Nocera Inferiore. A raccontarne le radici solide, dal gusto novecentesco – a volte amaro e difficile da digerire – è la figlia di Sorrentino, la professoressa Rita.

La figura di suo padre è un pezzo di storia di questa terra, tra salernitano e napoletano. Perché?

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Matteo Sorrentino

Ha detto bene. Questa terra. Mio padre era classe 1897, si faccia due calcoli di quanti anni sono passati. Praticamente un altro mondo. Era originario di Cava de’Tirreni. Ma si è trasferito a Nocera Superiore e lì ha realizzato il suo progetto. Noi ci sentiamo dell’Agro. Papà perse la madre a due anni, rimase solo con i fratelli, figli di un’altra mamma. Ma non si fece mai prendere dalla sfiducia. Anzi, giovanissimo, a 13 anni, iniziò a lavorare nel commercio. Si dedicava all’agricoltura e commerciava i concimi, i semi, la crusca. Erano gli anni ‘20, anni difficili. Andava con un carretto trainato da un cavallo e portava questi prodotti a Nola, dove aveva dei depositi, e anche a Castellammare. Nel 1925 ha iniziato a pensare ad altro. Già sposato, con due figli, avviò l’attività industriale. Dapprima a Santa Lucia di Cava, dentro a dei capannoni. Siccome la cosa andò bene, si trasferì a Nocera Superiore, dove si ingrandì. Ha iniziato a lavorare con l’America, la Francia, l’Inghilterra, l’Africa, la Germania. Si partiva con i pomodori nelle bottiglie. Poi marmellata, sciroppati, ortaggi e tutta la filiera agroalimentare. Diede lavoro a più di 350 persone. Il suo orgoglio era questo. A noi figli diceva “siate orgogliosi perché aiutiamo molta gente a vivere”.

Ci sono stati momenti di difficoltà?

Certo. Nel 1929, avemmo danni a causa della crisi americana. Poi con la Seconda Guerra Mondiale, mio padre rimase a Nocera, mentre noi fummo portati a Rocca Mandolfi, passando per Piedimonte d’Alife. In seguito anche lui ci raggiunse e affidò la fabbrica ad un amico di famiglia. Purtroppo quando siamo tornati dalla guerra, abbiamo trovato il disastro. La fabbrica era caduta e abbiamo dovuto ricominciare da capo. Mio padre, ancora una volta, non si è spaventato. Lavorava anche 24 ore su 24.

Perché accomunare il premio letterario alla figura di suo padre, che era un imprenditore?

Perché bisogna sempre avere uno sguardo totalizzante sulla crescita di un territorio. Mio padre anche se non aveva cultura, ha sempre frequentato persone di cultura. Ha voluto che noi figli avessimo una laurea. Ci faceva anche lavorare in fabbrica, ma dovevamo studiare. Per lui era importante che avessimo solide basi di pensiero. Il premio letterario permette di lasciare il ricordo della sua persona e del suo operato sul territorio. Soprattutto, sempre nell’ottica di una crescita culturale, il premio serve ad individuare e scoprire i giovani capaci e creativi. Dobbiamo spingere i ragazzi ad esprimersi e a creare nuove opere letterarie. I giovani devono dedicarsi alla cultura pura e non a quella fatta di soldi.

*vincitori premio ottava edizione

Sezione Narrativa, categoria Italia: ex equo, Biagio Vesce (Ricordi elettromeccanici), Vicente Barra e Vincenzo Landolfi (Salerno…il cammino ritrovato)

Sezione Poesia, categoria Italia: Alfonso Tagliamonte (Uomini in fuga)

Sezione Poesia, categoria Estero: Giuseppe Orsi, da Vienna-Austria (Neoplatonica fuga notturna in bicicletta in costiera)

Sezione Narrativa Giovani, categoria Italia: Sara Fragliasso (Il mio primo Izar)

Sezione Poesia Giovani, categoria Italia: Francesco Pirrò (Autobiografia)

Sezione Saggistica, categoria Italia: Vittorio Galatro (Il difensore civico)

Sezione Saggistica, categoria Italia: Premio Speciale, fuori concorso al volume  “Alfonso Fresa – Memorie di un astronomo”a cura di  Antonio Pecoraro in collaborazione con la Scuola Secondaria di Primo Grado “Fresa- Pascoli” – Nocera Superiore

Sezione Saggistica, categoria Estero: Françoise Longy, dalla Francia (Ce qu’explique une explication fonctionnelle, le cas exemplaire des bio-artefacts)


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