Ilaria Alpi e Miran Hrovatin – ventitré anni di attesa per un’archiviazione.

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Ilaria Alpi - Fonte: bergamopost.it

Somalia, clima caldo tutto l’anno, pianure africane che si stendono seguendo le coste che si affacciano sull’oceano indiano, pascoli e vegetazione lussureggiante. Oltre le bellezze naturali, però, è necessario considerare l’elemento umano, e in quello si è imbattuta purtroppo nel 1994 Ilaria Alpi.

Ilaria Alpi - Fonte: unita.tv
Ilaria Alpi – Fonte: unita.tv

“Crimini e omicidi – il fascino dell’oscurità” ripercorre le vicende di allora.

Conosciamo quindi meglio la giornalista italiana uccisa a Mogadiscio, che in questi giorni è tornata a far parlare di sé.

Romana di nascita, Ilaria Alpi inizia subito dopo il diploma a collaborare con importanti testate giornalistiche come Paese Sera e L’unità, arrivando infine all’assunzione alla RAI.

Parla inglese, francese e arabo, e crede nel suo lavoro e nella ricerca della verità.

Il 1992 la vede in Somalia come inviata del TG3, all’interno della missione di pace Restore Hope, promossa dalle Nazioni Unite, con lo scopo di terminare la guerra civile scoppiata l’anno prima. Per la giornalista è la settima missione somala.

Ilaria Alpi, però, non si ferma alla sola missione, ma indaga su un possibile traffico di armi e di rifiuti tossici, in cui i servizi segreti italiani, così come istituzioni italiane, potrebbero giocare un ruolo complice.

La giornalista asserisce che i rifiuti tossici prodotti da Paesi industrializzati vengano spostati in alcuni Paesi africani in cambio di denaro e armi.

Nel novembre del 1993 in Somalia viene ucciso Vincenzo Li Causi, sottufficiale del SISMI, informatore di Ilaria Alpi proprio riguardo la questione dei rifiuti tossici. Le condizioni dell’omicidio restano avvolte nel mistero.

Miran Hrovatin - Fonte: repubblica.it
Miran Hrovatin – Fonte: repubblica.it

Il 20 marzo 1994 sono purtroppo la giornalista Ilaria Alpi e il suo fotografo, Miran Hrovatin, a rimanere uccisi. Sono vicini all’Ambasciata Italiana a Mogadiscio, non distanti dall’Hotel Hamana nel quartiere Shibis. I due rientrano da Bosaso, dove la giornalista ha intervistato Abdullahi Moussa Bogor, sultano di Bosaso, che aveva confermato l’esistenza di una “collaborazione” negli anni Ottanta, tra alcuni funzionari italiani e il governo di Siad Barre. In quell’occasione Alpi e Hrovatin salgono a bordo di alcuni pescherecci di proprietà di un imprenditore italo somalo, ma che in precedenza erano appartenuti a una società di diritto pubblico somalo, e poi sottratti in seguito alla caduta di Barre. I pescherecci vengono indicati come centro di traffico di armi e di rifiuti.

La prima incongruenza del ritorno a Mogadiscio consiste nel non trovare il solito autista ad attenderli, ma Ali Abdi.

Un commando a bordo di una Land Rover affianca la loro automobile e li uccide a colpi di kalašnicov.

I primi ad arrivare sulla scena del crimine sono altri due giornalisti italiani, Giovanni Porzio e Gabriella Simoni, raggiunti poi da una troupe freelance americana, mentre i cadaveri vengono spostati dall’automobile in cui si trovano, a quella di un imprenditore italiano per essere trasportati al Porto vecchio.

Omar Hashi Hassan - Fonte: corrierequotidiano.it
Omar Hashi Hassan – Fonte: corrierequotidiano.it

Per concorso in omicidio colposo volontario aggravato viene accusato Omar Hashi Hassan, cittadino somalo alla guida della Land Rover che trasportava il commando che uccise Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Hassan si trova già in Italia, per essere ascoltato sulla vicenda delle violenze inflitte ad alcuni civili somali da militari italiani, durante la Missione Ibis coordinata dall’ONU.

È il 18 luglio 1998 quando Franco Ionta, sostituto procuratore di Roma formula la richiesta di rinvio a giudizio nei suoi confronti. Ahmed Ali Rage, detto Gelle, cittadino somalo in Italia per lo stesso motivo, identifica Omar Hashi Hassan come uno degli autori dell’omicidio. A Rage si associa un altro somalo, Ali Abdi, l’autista che aveva accompagnato in albergo Alpi e Hrovatin, ma due testimoni della difesa lo collocano a duecento chilometri da Mogadiscio.

Abdullahi Moussa Bogor sultano di Bosaso - Fonte: youtube.com
Abdullahi Moussa Bogor sultano di Bosaso – Fonte: youtube.com

Il 9 aprile 1996 è il sultano di Bosaso, Abdullahi Moussa Bogor a essere iscritto nel registro degli indagati come mandante del duplice delitto.

Il 20 luglio 1999 Omar Hashi Hassan viene assolto per non aver commesso il fatto, e viene indicato come “capro espiatorio” il cui ruolo chiave era quello di riprendere i rapporti tra Italia e Somalia.

Il 24 ottobre 2000 inizia il processo d’appello presso la Corte d’assise di Roma, che vede come presidente di collegio Franco Plotino. Il verdetto stabilisce che sia Rage che Abdi sono testimoni attendibili e quindi Hassan viene condannato all’ergastolo, con misura cautelare per pericolo di fuga.

Gelle si rende irreperibile, mentre Abdi viene ucciso al suo rientro in Somalia.

La Corte di cassazione conferma la sentenza, ma opponendosi all’aggravante della premeditazione, indice un rinvio a giudizio per poter commisurare la pena.

Arriviamo quindi al 10 maggio 2002: il processo d’appello bis viene aperto e si conclude con una condanna a ventisei anni di reclusione senza l’aggravante della premeditazione e con le attenuanti generiche, non essendo stato il solo a partecipare all’omicidio.

Il 31 luglio del 2003, con a capo l’avvocato Carlo Taormina, nasce la Commissione parlamentare d’inchiesta Alpi-Hrovatin.

L’11 febbraio 2008 la Corte Costituzionale, stabilisce che:

«[…]non spettava alla Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin adottare la nota del 21 settembre 2005 (prot. n. 2005/0001389/SG-CIV), con la quale è stato opposto il rifiuto alla richiesta, avanzata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Roma, di acconsentire allo svolgimento di accertamenti tecnici congiunti sull’autovettura corpo di reato, ed annulla, per l’effetto, tale atto.»

È il GIP Emanuele Cersosimo a opporsi alla richiesta di archiviazione delle indagini, sostenendo che gli omicidi sono stati effettuati su commissione per far tacere la giornalista e il reporter.

La signora Luciana, madre di Ilaria Alpi - Fonte: repubblica.it
La signora Luciana, madre di Ilaria Alpi – Fonte: repubblica.it

Il caso Alpi-Hrovatin non è tuttavia concluso, come potrebbe sembrare. Il 14 gennaio 2016 il processo viene riaperto dalla Corte d’Appello di Perugia con il consenso della RAI e della madre di Ilaria Alpi, costituitesi parti civili.

Il 19 ottobre il sostituto procuratore generale Razzi, considera insignificanti le prove contro Omar Hassan, e chiede che venga assolto per non aver commesso il fatto.

Il 3 luglio 2017 la Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta per impossibilità di accertamento dell’identità degli assassini e del movente del duplice assassinio.

Tra i vari moventi ipotizzati troviamo il tentativo di rapimento di due occidentali e l’odio verso gli italiani e in particolare verso il contingente della Folgore.

Ilaria Alpi è sepolta nel Cimitero Flaminio di Roma. Sul suo corpo non è mai stata effettuata l’autopsia.

Paola Bianchi


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