Il valore dei militari nelle nostre missioni: conversazione con Lorenzo Peluso

Giornalista e fotoreporter, attento analista da anni interessato alla questione siriana e del Medio Oriente, per anni corrispondente del Corriere del Mezzogiorno, Lorenzo Peluso è un giornalista eclettico.

Partendo dai volti delle stesse vittime delle cospirazioni internazionali, egli è autore di valide riflessioni e di interessanti trasmissioni televisive ed anche radiofoniche essendo da anni una storica voce di Radio Alfa. La sua esperienza di fotoreporter in quei paesi da anni martoriati dalla guerra civile, Lorenzo l’ha raccolta e messa insieme in un libro intitolato:  As-salāmu ‘alaykum (Graus Editore, 2016, euro 12,33). Peluso, da anni corrispondente in Afghanistan, Libano, Kosovo e con esperienza  anche in Siria e Pakistan, (territori epicentro dei conflitti), con questo libro si prefigge due obbiettivi: il primo è ridare dignità e valore all’esercito italiano e ricostruire precisamente una loro immagine, molto spesso sottovalutata se non addirittura ignorata, il secondo  per raccontare la sua lunga esperienza di corrispondente e cronista in quelle terre che lo hanno portato a vedere in prima persona gli eccidi, il sangue versato per le tante faide e i tanti conflitti. Peluso ripercorre le vite dei tanti uomini, donne e bambini molto spesso inermi testimoni di massacri. Non mancano riferimenti alla storia politica attuale ed ai recenti attacchi terroristici di Parigi e Bruxelles che hanno dato adito ai più vari dibattiti per addossare colpe e responsabilità.

Tahan Ben Jellun, noto scrittore marocchino i cui romanzi e racconti sono da molto tempo considerati i più validi su questi temi, afferma che “siamo sempre lo straniero di qualcun altro”. Questo libro aiuta a farci carico dell’attualità di questa frase e delle sue tante continue e possibili interpretazioni.

Peluso, il suo libro   As-salāmu ‘alaykum è ambientato nel Medioriente ed ha come sfondo politico le tante guerre che lo insanguinano. Lei è stato corrispondente per tanto tempo in quelle zone. Come è riuscito a tirare le fila di tutto quello che ha visto e sentito?

«Ho sempre creduto che per fare questo mestiere, chi ama farlo così come si dovrebbe, non può che provare a vivere sulla propria pelle le suggestioni dei luoghi e le sensazioni della mente, prima di provare a descrivere, raccontare, fotografare, i fatti e gli accadimenti. Ho avvertito la necessità, ad un certo punto della mia vita, anche professionale, di capire, vedere e dunque raccontare. Non nego però un innato interesse, una sorta di fascino verso la conoscenza delle questioni che da sempre interessano aree come il Medio oriente e l’Asia. Percorrendo questa strada, stretta, della conoscenza, ho intravisto quel filo conduttore che collega aree distanti, popoli diversi, accumunati da questioni simili e storie che si intrecciano.

Un esempio per tutti: le vicende che hanno interessato l’area dei Balcani negli anni ’90, con riverberi di strettissima attualità, trovano una radice comune con altre aree del Medio Oriente e finanche dell’Asia interessate tutt’oggi da questioni che intrecciano la cultura e le religioni ma soprattutto gli interessi occidentali e gli scontri di potere economico e politico. Oggi il Kosovo, ad esempio, è la porta dell’Europa ad oriente. Una terra martoriata dove non esiste una radice politica che accomuna un popolo di estrazione culturale ed ideologica ben diverse e che sull’onda di un’espansione della cultura religiosa mussulmana rappresenta il varco d’accesso al cuore dell’Europa non solo di migliaia di profughi,anche asiatici, ma soprattutto di frange impazzite di fondamentalisti islamici, pronti a portare la Jihad nel vecchio continente. In As-salāmu ‘alaykum provo a raccontare anche questo».

Nel suo libro parla spesso del ruolo dei nostri soldati impegnati in missioni all’estero…

«La verità è che io stesso ho scoperto, nei miei viaggi e nelle missioni da embedded, al fianco dei militari delle coalizioni internazionali, tanto NATO che ONU, un aspetto del nostro Paese che mi era sconosciuto. La rivoluzione, anche culturale, che ha interessato le Forze armate italiane, da quando si è intrapresa la strada dell’esercito di professionisti, è impressionante. Ai primi tiepidi tentativi di mettere su un modello di difesa nazionale di qualità, in pochi anni, si è riusciti a professionalizzare un Esercito che per competenza e qualità davvero non ha nulla da invidiare a corpi storicamente preparati ad affrontare militarmente operazioni in aree complesse e delicate. Se qualcosa ancora manca all’esercito italiano sono probabilmente i mezzi, le attrezzature, insomma gli investimenti. Da questo punto di vista è noto che in Italia la coperta è sempre troppo corta. Viceversa, dal punto di vista umano, innanzitutto, ma anche professionale, i militari italiani impegnati nelle missioni all’estero sono di altissimo profilo. Ne è dimostrazione la circostanza che tanto la missione NATO nei Balcani, tanto quella ONU in Libano, sono perennemente sotto al guida di generali italiani».

Ha trovato, nella Sua esperienza, differenze di comportamento tra i soldati italiani e quelli di altre nazionalità?

«Quello che più colpisce, nell’agire dei militari italiani, diversamente dai militari di altri contingenti, è l’approccio al teatro. Un modo di relazionarsi con le popolazioni locali, che è proprio dell’essere italiano e che certamente solo noi possiamo avere. A regole di ingaggio uguali, corrisponde un parametro di misura della situazione ed una reazione spesso ben diversa. Insomma, mai un esercito di occupazione, ma sempre e soltanto soldati “ospiti” rispettosi dei ruoli e delle autorità locali, pronti al dialogo prima, poi, se necessario, anche all’azione balistica. Non è secondario questo approccio, soprattutto in paesi come l’Afghanistan, da sempre convinti che la presenza straniera, soprattutto di forze militari, è il sintomo di un’occupazione del paese e non certo di un supporto alle popolazioni. L’esperienza americana e prim’ancora russa, hanno segnato un solco profondo nella cultura locale. Gli italiani hanno dimostrato il contrario. L’intuizione avuta dagli alti ufficiali italiani di approcciare ai villaggi afghani portando strade, scuole e ponti, pozzi d’acqua e finanche i sistemi fognari, ha consentito contestualmente di “occupare” le aree di competenza, prenderne il controllo e stabilizzare le aree. Certo non sono mancati i momenti di crisi ed i morti. Ben 53 i ragazzi italiani che hanno lasciato la propria vita in Afghanistan. Un prezzo altissimo, pagato per portare pace. Migliaia però le vittime tra i marines americani e tra i rangers di altri contingenti».

Nel Suo libro Lei da molto spazio alle donne…

«Non è un fatto casuale, tutt’altro. In realtà sono proprio le donne che possono, potranno, cambiare le sorti di paesi dove, paradossalmente, il loro ruolo sociale è ristretto nei confini della sottomissione ad un’apparente società maschilista. Il ruolo baricentrico nell’ambito della famiglia, dunque il contatto costante con i figli, il futuro quindi, le rende protagoniste del cammino sulla strada tortuosa del cambiamento. Accade in Kosovo, dove le donne hanno iniziato quel processi di emancipazione culturale favorendo quella necessaria convivenza etnico-religiosa che porta all’integrazione. Ci sono città come Prizen, dove la coesistenza di cattolici, musulmani ed ortodossi è affiancata da donne che sempre più manifestano usi e costumi occidentali, pur mantenendo la propria radice culturale. Accade con maggior difficoltà in Afghanistan dove il percorso è molto complesso, ma i risultati sono positivi ed incoraggianti. Maria Baschir, Procuratore Capo di Herat, è certo la donna più potente e temuta in Afghanistan.

Non solo lei. L’esempio di Suraya Paxzad, avvocato straordinario, leader della ONG The voice of Woman, una donna che difende le donne e che ha fatto conoscere la loro condizione al mondo dagli scranni del palazzo di vetro alle Nazioni Unite. Le donne che ho incontrato al Giardino delle donne ad Herat, un luogo realizzato dai militari italiani dove le donne afghane lavorano per i diritti delle donne in un paese dove una donna, per gli uomini, vale molto meno di una capra da latte. Poi ci sono le donne che a Tiro, in Libano, lavorano per i più deboli, per i bambini. Il Mosan Center dove trovano cura ed assistenza bambini sfortunati. Oppure le suore che accolgono ed educano i bambini nei villaggi dimenticati da Dio nel Kosovo. In tutto questo anche le volontarie, anche italiane, incontrate nelle Ong che portano assistenza a Kabul, a Beirut, in Siria».

Alla luce delle tante migrazioni e dello sviluppo del terrorismo islamico dell’Isis, quale soluzione governativa, sociale o storica vede possibile per risolvere questo fenomeno? Crede, anzitutto, che vi siano, anche lontanamente, dei collegamenti?

«E’ il dialogo l’unica vera arma che l’occidente possiede per affrontare un fenomeno di radicalizzazione non di un popolo, ma certamente di una cultura e di una visione politica che trova nell’occidente, nei suoi costumi, un nemico storico da abbattere e sottomettere. Occorre studiare con attenzione non solo il flusso e la provenienza dei migranti in Europa. Contestualmente è necessario, ora più che mai, offrire, attraverso l’accoglienza, condizioni di vita accettabili per popoli in fuga. Non un lascivo offrire senza però chiedere nulla in cambio. L’applicazione di regole certe, di opportunità di vita in Europa, a fronte di un cambio radicale, e dunque l’accettazione del nostro modello culturale, devono essere i principi base su cui sviluppare programmi di integrazione a carattere continentale. Insomma, fino a quando ci saranno paesi lasciati soli a fronteggiare l’arrivo di masse dal sud del mondo, non si potrà mai concretizzare un sistema di accoglienza, ma anche di controllo di fenomeni di infiltrazione jihadista in Europa.

Non possiamo nascondere a noi stessi che le migliaia di migranti che arrivano dal cuore dell’area sub sahariana, ora fuggono dalla loro terra perché prima, noi stesi, chi per noi, ha sottratto loro le risorse vitali per popoli che oggettivamente sono diversi dai noi, ma che alla fine non chiedono altro che poter vivere. Si pensi a cosa accade in Nigeria, a chi sfrutta i giacimenti petroliferi e le risorse minerarie. Si pensi a chi alimenta la corruzione dei governanti locali e con quali risorse. Si pensi poi a chi fabbrica e poi vende le armi. Semplici riflessioni che aiutano a comprendere, anche se, questo va detto, può sembrare utopia poter cambiare il corso degli accadimenti. Insomma, non sconfiggeremo mai i fenomeni che definiamo terrorismo islamico, nel tempo cambieranno nome, cambieranno leader, ma in fondo non muterà il loro obiettivo che non è altro che l’obiettivo perseguito per secoli anche dall’occidente: il benessere, il potere, il governo. Mi verrebbe da dire che siamo di fronte al corso naturale dell’involuzione della storia dell’uomo».

[foto: fonte pagina facebook Peluso]


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