Il silenzio delle madri

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di Patrizia Sereno

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“Il silenzio delle madri” è stato uno degli ultimi acquisti che ho potuto fare prima che calasse definitivamente il sipario su quella … scommessa che era stata per anni la libreria di Mauro Spinelli, a Nocera Inferiore. L’ho fatto durante una delle mie capatine al Sud – le “parentesi terrone” nei due anni trascorsi in Lombardia. L’ho fatto perché conosco Pina da sempre e da sempre la stimo. L’ho fatta sull’onda emozionale sollevata in me dal titolo ed enfatizzata sia dalla trama che dai commenti entusiastici che avevano affidato alla rete quelli che prima di me avevano letto l’opera. L’ho fatto cercando qualcosa: un dettaglio, uno squarcio iconografico, lo stralcio di un dialogo. Un elemento che mi permettesse di costruire, nella mia memoria, il mosaico della vita del cortile\alveare: una dimensione che – per la mia età – avevo fatto a mala pena in tempo a sfiorare prima che il progresso la spazzasse sia. Una dimensione che ho sempre sentito come “mia” per i racconti che ne ho sentito fare. Una dimensione che immaginavo ed immagino fatta di colori seppia, intrisa dell’inconfondibile profumo di pulito e insieme di antico che avevano gli abiti di mia nonna il-silenzio-delle-madriNunziata, maccuaturo compreso. Quell’accessorio usato in estate ed in inverno, per difendere il capo dal caldo e dal freddo, per tenere a bada i capelli, per una ancestrale religiosità ad un tempo sacra e laica che voleva la donna creatura fatta per coprirsi il capo in segno e di umiltà\sottomissione e di difesa\protezione. Una dimensione che nel mio inconscio si ancora da sempre al rumore dei ziti (pasta lunga con il buco) spezzati a mano la domenica mattina, nella stanza da pranzo ancora fresca delle tracce della colazione eppure già avvolta dagli aromi delle pietanze del dì di festa.

Gli occhi della bambina puntano lo sguardo dritto dritto su un modo il cui palcoscenico vede muoversi – protagoniste incontrastate – madri, tante madri. Così diverse tra loro eppure così uguali.  Madri osservate da quello sguardo che diventa di adolescente e – infine – donna matura. Un gioco di puntuali flashback consente di guardare oltre, oltre le ‘madri’, inquadrando un paese che vive la sua quotidianità all’ombra di antiche e nuove dinamiche sociali.

La scrittura di Pina mi ha trasportato, ora con la dolcezza malinconica di toni quasi crepuscolari, ora con il vigore di sentimenti che raggiungono la massima espressione in una pasionaria d’eccezione, in un mondo in cui storia e Storia si alternano, si cedono vicendevolmente il passo, si miscelano, si allontanano in maniera incolmabile e, subito dopo, si avvicinano fin quasi a sovrapporsi.

Vittorio, Concetta, Mafalda, Rosina, Cesare, Totò, Gaetano, Ginetta, Teresa… Ora singoli, ora voci di un coro. E poi Pietretta, Careno, Casalvale… luoghi dell’anima, geograficamente accampati sulla mappa dell’esistenza del singolo e della folla.

Di tanto in tanto l’intimità del colloquio madre\figlia, anzi, il monologo appassionato, a tratti struggente di una figlia che sgrana i grani del rosario della vita anche a nome e per conto di quella madre che le ha dato la vita. Ci sono stati momenti in cui ho creduto di leggere “Pane nero”, altri in cui ho avvertito l’eco della vecchierella seduta a filare sule scale, al calar del giorno leopardiano, altri ancora in cui si sono irrobustite le memorie che mi piace lasciare snocciolare a mamma e papà.

Per dovere di cronaca occorre che io non tralasci qualche cenno biografico, Pina Esposito, nata a San Valentino Torio, vive e lavora a Nocera Inferiore come docente di lettere nelle Scuole superiori,  con due lauree alle spalle (una in Pedagogia, l’altra in Lettere). Fortemente coinvolta sul versante scuola-società, ha ricoperto ruoli di dirigenza sindacale a livello nazionale, regionale e provinciale. “Il silenzio delle madri” è il suo primo romanzo, edito da Oèdipus, casa editrice con la quale, nel 2005, l’autrice aveva pubblicato il saggio di linguistica “Segno&scrittura”. A Pina voglio dire grazie, grazie per il “dono” della memoria, per il lasciapassare che consegna al suo lettore consentendogli l’accesso alla memoria privata e a quella collettiva. Grazie di cuore.

Ah proposito: comprate il libro! E leggetelo!

Patrizia Sereno


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