Il sacrificio di Francesca Morvillo

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La primavera colora Roma di luci e di profumi particolari: a maggio la Città Eterna è più Caput mundi che mai. Ma nella periferia ovest, lungo la via Aurelia, in quel mercoledì della terza settimana del mese che i cattolici consacrano alla Madonna, Marco non fa caso al meteo, ben altro occupa la sua mente e quella di altri seimila giovani come lui, provenienti da tutt’Italia: affollano le aule dell’Hotel Ergife, albergone d’affari, teatro di congressi di partito e di incontri di corrente , dove spesso si sono decisi i destini della Prima Repubblica. Quei giovani stanno per affrontare  il temutissimo concorso per l’accesso alla Magistratura, sogno proibito di tutti i laureati in Giurisprudenza.

La prima Repubblica non sa ancora di essere tale, non immagina neppure che sta per essere travolta da una rivoluzione appena cominciata: da qualche mese, a Milano, un pool di giudici che trova in un Pubblico Ministero molisano, Antonio Di Pietro, la sua punta di diamante, sta facendo tremare i palazzi della politica. Gli italiani hanno appena imparato a conoscere la differenza tra un P.M. e un G.I.P., organi di uno Stato fino ad allora, per la verità, piuttosto inerme di fronte alla corruzione politica diffusa. Il Palazzo di Giustizia di Milano è diventato un edificio familiare, appare ogni giorno al telegiornale, attorniato da cronisti più o meno d’assalto e camioncini con enormi parabole satellitari.

Marco, aspirante “giudice ragazzino”, definizione sprezzante con la quale il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga ha definito i giovani magistrati impegnati in prima linea sui fronti più caldi della lotta alla criminalità organizzata, si appresta ad affrontare tre giorni di prove, chiuso dal mattino alla sera in un’ aula illuminata dai neon, privo di alcun contatto con l’esterno. E’ a Roma già da un paio di giorni – l’organizzazione complessa del concorso prevede la consegna dei codici fin dal lunedì precedente – e, appena arrivato, ha appreso subito una piccola curiosità: nella Commissione che  dovrà giudicare i candidati c’è una donna, Francesca Morvillo, giudice in Sicilia e moglie del più famoso magistrato italiano, Giovanni Falcone, da qualche mese distaccato presso il Ministero della Giustizia come Direttore degli Affari Penali e consigliere del Ministro della Giustizia Claudio Martelli. La dottoressa Morvillo ha chiesto appositamente di essere inserita nella commissione cosicché almeno, per l’intera durata  della procedura concorsuale, potrà stare a Roma affianco a suo marito. Una scelta umanissima, particolarmente significativa, anche perché gli è sempre stata vicina in momenti molto più complessi, ricchi di soddisfazioni professionali ma anche di grandi amarezze, di accuse di protagonismo, di “corvi” che volteggiavano nelle stanze della Procura di Palermo. Erano gli anni del pool antimafia , nato da un’intuizione di Rocco Chinnici e poi diretto da Antonino Caponnetto, che aveva radicalmente modificato le modalità di indagine sulla mafia, conseguendo successi fondamentali: tra tutti, il primo images6QXG87PDmaxi processo alla mafia che si concluderà con la condanna, confermata sino in Cassazione, della cosiddetta “cupola”, ossia del vertice di Cosa Nostra in Sicilia. Sono stati anni difficilissimi, addirittura caratterizzati da un periodo di vera e propria “reclusione di Stato” durante il quale, per motivi di sicurezza, le famiglie di Falcone e di Paolo Borsellino, collega ma soprattutto intimo amico, hanno soggiornato presso il carcere dell’Asinara , in Sardegna, nel frattempo che i due giudici  istruissero il maxi processo.

Capitava in quei giorni del concorso romano che la sera ci si ritrovasse lungo i ristoranti dell’Aurelia a cenare assieme, seduti in tavoli vicini, candidati ed esaminatori. E certo era emozionante per Marco sapere che quella donna dai lineamenti gentili, con i capelli raccolti alla nuca, che aveva per un attimo incrociato il suo sguardo, fosse proprio lei, la moglie del giudice Falcone: una donna che inevitabilmente subiva l’attenzione mediatica, in quanto compagna del giudice-eroe già scampato una volta ad un attentato di mafia mentre era in vacanza. Una donna che aveva accettato il rischio di morire, che in nome di quel rischio aveva sacrificato l’aspirazione naturale più grande, la maternità, e che aveva appunto trovato in quel concorso l’opportunità di far sentire meno pesante il vuoto che la politica ed alcuni settori dell’opinione pubblica stavano costruendo attorno a suo marito. Marco, come molti italiani di quel tempo, si era indignato per la solitudine in cui Giovanni Falcone era piombato: nei momenti più delicati, lo Stato lo aveva lasciato solo a combattere la piovra senza veramente sostenerlo, con le armi previste dai codici, e mai dimostrando riconoscenza per le vittorie conseguite in quella battaglia epocale contro la mafia. Dopo qualche anno Marco avrebbe capito quello che allora era soltanto intuibile: gli intrecci che Falcone aveva scoperto, gli interessi inconfessabili che costituivano la trama degli affari politico-mafiosi di cui alcuni settori dello Stato erano stati persino complici.

Venne così finalmente il venerdì, terzo ed ultimo giorno di concorso: a sera Marco lascia le austere aule dell’Hotel Ergife e torna finalmente a casa, al termine di una settimana intensa, spossante fisicamente e mentalmente: la prova è finita, come è andata lo  saprà soltanto tra qualche mese. Ora Marco vuole solo riposare, e dopo un veloce saluto ai genitori, può andare a dormire. Quando si risveglia è ormai sabato già da un pezzo: troppo tardi per fare colazione, Marco racconta a pranzo come è andato il concorso e, ovviamente, più che di parlare dei temi giuridici affrontati, racconta, con un pizzico di civetteria teso a sottolineare l’importanza del contesto in cui si sono svolte le prove romane, che in commissione c’era anche “la moglie di Falcone”, il giudice che ha sconfitto Cosa Nostra.

Sabato pomeriggio: Marco comincia il giro di telefonate per riprendere i contatti con gli amici lasciati da una settimana ormai; la televisione come sempre è accesa nella stanza, sottofondo alla preparazione dell’uscita serale. All’improvviso un attimo di silenzio e parte la sigla di un’edizione speciale del telegiornale:images nei pressi dello svincolo di Capaci, lungo l’autostrada che collega Palermo a Trapani, c’è stato uno spaventoso attentato. Giovanni Falcone è morto assieme agli uomini della scorta, sua moglie Francesca Morvillo è gravissima, morirà in serata in ospedale.

Marco resta impietrito: guarda le immagini dell’orrore, esplode una rabbia feroce per una strage che colpisce tutte le persone oneste, ma non può fare a meno di ripensare a quel volto gentile, a quei capelli raccolti alla nuca, a uno sguardo incrociato soltanto per un attimo che, per via di un destino incomprensibile, non avrebbe più dimenticato.


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