Cos’è il referendum abrogativo?

L’ articolo 75 della Costituzione Italiana prevede l’indizione del referendum popolare per deliberare la abrogazione, totale o parziale, di una legge quando lo richiedono 500.000 elettori o cinque consigli regionali. Tale strumento non è ammesso per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.

Dati i presupposti, il corpo elettorale della Camera dei Deputati è posto dinanzi all’alternativa: “SI” per eliminare la disposizione indicata nel quesito referendario, “NO” affinché nulla muti. L’efficacia si ottiene solo nel momento in cui abbia votato la maggioranza degli aventi diritto, mentre per l’abrogazione è necessario il “SI” della maggioranza dei votanti. La grande portata di un risultato positivo si riscontra laddove la cancellazione di una o più proposizioni non comporti l’eliminazione di corrispondenti norme, ma, conduca – attraverso l’interpretazione di ciò che residua del testo legislativo (normativa di risulta) – alla produzione di nuovi significati e quindi di nuove regole. In quest’ultimo caso si parlerà di referendum manipolativo, che si distingue per una forte potenzialità innovativa: in virtù di quelli del 1991 e del 1993 furono poste le basi per il passaggio da un sistema elettorale proporzionale ad uno a prevalente caratterizzazione maggioritaria.

Alla luce di questo discorso viene comprensibile la classificazione dell’istituto fra le fonti dell’ordinamento giuridico, in quanto, tramite esso si attribuisce la possibilità ai cittadini di influire direttamente, senza mediazione di alcun delegato, sulla legge. Tale importante peculiarità costituisce una deroga all’assetto preminente di democrazia rappresentativa, ove la volontà del popolo viene realizzata, o almeno dovrebbe, mediante il conferimento di un mandato ai rappresentanti parlamentari.

atene-assembleaTuttavia, tale processo prevede varie, talvolta troppe, interdizioni: io voto un partito,il quale, stabilendo una lista “bloccata”, predispone l’ordine con cui i suoi candidati entrano in parlamento, i parlamentari reggono il governo con il voto di fiducia, e, all’esito di tutti i giochi di alleanze post-elettorali, la costituzione non mi garantisce che il Presidente del Consiglio e i Ministri siano gli stessi soggetti che avevo in mente recandomi alle urne, né tanto meno che attuino con perfetta aderenza il programma presentato alle elezioni. Il referendum, in controtendenza a siffatto meccanismo, si pone come una manifestazione di democrazia diretta.

Cos’è la democrazia diretta?

Un esempio storico della sua accezione più pura può essere rinvenuto nelle Polis dell’Antica Grecia, specialmente dell’Atene del V-IV secolo a.C., dove i cittadini si riunivano nelle assemblee per deliberare le decisioni concernenti gli affari pubblici. Nel delineato contesto non vi è bisogno dell’operato di alcuna pedina interposta, ma la statuizione è frutto dell’incontro delle volontà dei partecipanti alla ecclesia. Nello Stato di Diritto odierno, i cui dati demografici sono in rapporto esponenziale con quelli delle città greche, e in cui il voto è diritto di tutti e non privilegio di una classe, una tale forma di governo non sarebbe ragionevolmente praticabile, in quanto indurrebbe, molto probabilmente, ad appoggiare con plebiscito il “super-uomo” di turno. Ai nostri tempi l’intervento in prima battuta dell’individuo non può essere la prassi, ma è relegato ad eccezione.

Ad ogni modo anche il suddetto impiego coadiuvante del referendum non è idoneo a scongiurare qualsiasi tipo di problematica. Seppur vertente su questioni particolarmente sentite dalla coscienza sociale, la scelta necessita soventemente di buona preparazione tecnica (economica, giuridica, scientifica).

Il dilemma è: “Sarà il ragionier Mario Rossi in grado di accedere ad adeguate informazioni circa le trivellazioni e di ponderare le conseguenze di qualsivoglia condotta che terrà il prossimo 17 Aprile?”.trivellazioni1 Perfino non votare, infatti, non significherebbe non schierarsi, ma contribuire al mancato raggiungimento del quorum e, allora, a rendere “inutile” la consultazione. L’obbligo morale quindi non è tanto quello di andare a votare quanto quello di raggiungere la miglior conoscenza possibile dell’argomento. Si potrebbe concludere poeticamente dicendo che un Referendum val bene qualche notte insonne.


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