Il perenne blocco dell’ascensore sociale in Italia

La settimana scorsa sono state pubblicate due ricerche sul mondo della scuola italiana dagli esiti apparentemente contrapposti. L’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ha sancito che la scuola italiana è, tra le scuole di tutto il mondo, la migliore in fatto di inclusione sociale, cioè è la scuola che rende meno evidenti le differenze di classe sociale tra i suoi studenti. Negli stessi giorni il settimanale L’Espresso invece, riprendendo uno studio di AlmaDiploma, evidenziava come, ad esempio, tra i diplomati del liceo classico, meno di uno su dieci è figlio di operai o di impiegati; una  differenza sociale che si accresce ancora di più all’università, dove soltanto il 15 per cento tra coloro che conseguono una delle lauree a ciclo unico ( medicina, giurisprudenza) proviene da famiglie di impiegati o di operai mentre il 34 per cento proviene da classi sociali elevate con entrambi i genitori laureati ( percentuale che per la facoltà di medicina cresce al 43 per cento).

Si pone quindi di nuovo il problema del cosiddetto ascensore sociale ossia della possibilità, per coloro che provengono dalle classi sociali meno avvantaggiate, di poter completare un ciclo di studi che gli permetta, una volta entrati nel mondo del lavoro, di salire  i gradini sociali rispetto alla famiglia di provenienza. È probabile che entrambi gli studi dicano cose corrette: indubbiamente la scuola italiana, soprattutto la scuola pubblica ovviamente,  garantisce di fatto la parità tra gli studenti, consentendo appunto anche ai meno abbienti  di poter frequentare con costi più o meno sostenibili. Il problema però è che la scelta della scuola superiore viene fatta spesso in funzione del futuro e da questo punto di vista, nella società italiana, l’ascensore sociale risulta ancora drammaticamente bloccato. E’ ancora troppo alta la percentuale di professionisti che proviene da famiglie a loro volta costituite da professionisti; di contro, ragazzi provenienti da classi sociali meno elevate tendono ad escludere dalla loro scelta scolastica i licei classico o scientifico, optando per gli istituti tecnici o professionali nella speranza di immettersi più velocemente nel mondo del lavoro in modo tale da non pesare per troppo tempo sul bilancio familiare. Ancora  pochi sono gli studenti meno fortunati socialmente ed economicamente che completano un ciclo di studi universitari che consentirebbe, almeno in teoria, di accedere a livelli di benessere più elevati. Addirittura negli ultimi tempi è forte la percezione che l’ascensore sociale si stia sì muovendo ma verso il basso, con una classe media che si contrae trascinata verso il cosiddetto “ceto popolare” più povero.      ascot

Il classismo della società italiana,  seppur  non evidente come negli anni precedenti la rivoluzione culturale del 1968, costituisce ancora un blocco che impedisce ad una consistente porzione della nostra gioventù di poter esplodere, soprattutto nel Sud dell’Italia. Una collettività che seleziona i vertici dei propri ospedali, tribunali, università, aziende, organi politici ed amministrativi tra gli stessi vertici che già la guidano, senza creare il presupposto per un necessario ricambio, è una collettività destinata a perpetuare comportamenti viziosi che ne mortificano inevitabilmente la competitività.

I sacrifici che una famiglia di condizioni sociali medio-basse deve sostenere per consentire ai propri figli di frequentare ad esempio l’ università sono ancora eccessivi. Non sono sufficienti le borse di studio che aiutano ad abbattere il costo delle tasse accademiche:  l’accesso alla cultura, il prezzo troppo elevato dei libri, l’impossibilità di frequentare circoli culturali  sono ostacoli spesso insormontabili per coloro che devono fare i conti quotidianamente con la necessità di affrontare le esigenze primarie di sostentamento del proprio nucleo familiare.

Risulta indispensabile dunque rimodulare il concetto di welfare, includendovi  il diritto di tutti ad un’adeguata formazione culturale, premessa necessaria per rimettere in moto l’ascensore sociale e per rimescolare le carte di una società, quella italiana e meridionale in particolare, ancora bloccata nella sua piramide sociale. Una famiglia “povera”, non solo in senso economico, ma anche poco scolarizzata, tende ad avere meno ambizioni ed aspettative per i propri figli, accontentandosi che i ragazzi facciano un qualsiasi lavoro, anche se retribuito poco e male, se non addirittura giustificando un eventuale approdo nella criminalità. Determinare le condizioni affinché tutti possano accedere ad adeguati livelli di istruzione, significa porre le basi per uno sviluppo complessivo di tutta la società.  

In un Paese in cui pochi anni fa un Ministro della Repubblica, per giustificare gli ennesimi tagli di bilancio, dichiarava che  “con la cultura non si mangia“, sarebbe una bella rivoluzione non solo vedere aumentata la percentuale di figli di operai e di impiegati che frequentano i licei, ma anche essere certi  che quegli stessi ragazzi, terminato il ciclo completo di studi, costituiranno il nucleo centrale delle professioni e dei quadri dirigenti della Nazione:  finalmente  si compirebbe quella rivoluzione culturale vagheggiata negli anni settanta dai nostri padri e  rimasta, in gran parte, ancora un’utopia.


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