Il Nazionalismo Catalano visto dai suoi protagonisti: l’intervista

Intervista a un ragazzo indipendentista

foto in copertina: El País, EFE, Marta Perez

Il binomio nazionalismo-indipendentismo in Catalogna è forse uno dei temi politici più rilevanti degli ultimi mesi. Approfondiamo l’argomento con un’intervista a un ragazzo catalano di 24 anni che vive la questione in prima persona.

 

Per quali ragioni vuoi l’indipendenza della Catalogna?

Le ragioni sono molte: innanzi tutto il deficit fiscale, l’arresto dei leader indipendentisti e l’impiego della mano dura e di un comportamento poco degno per una democrazia. Quindi il disprezzo per la lingua e la cultura catalane, nonché per gli stessi catalani: i cittadini spagnoli sembrano votare i partiti politici più duri nei confronti della Catalogna, come il Partido Popular e Ciudadanos. Vi sono accuse di ogni tipo e falsità sulla Catalogna e sull’indipendentismo. La Spagna è un Paese poco inclusivo e non mi piace il suo funzionamento istituzionale. Poi è anche una questione emotiva e di identità…

 

Sei indipendentista da sempre o c’è stato un momento in cui lo sei diventato?

Lo sono da quando avevo 10-11 anni. All’epoca viaggiavo molto per la Spagna con la mia famiglia. Quando andai in Galizia, dopo aver riconosciuto la provenienza della nostra auto dalla targa, un ragazzo sputò a terra dal finestrino della sua auto dicendo “catalani di m***a!”. A volte mi capitava di essere deriso per alcuni errori di pronuncia o di grammatica. Mi resi conto che la gente aveva dei modi di essere diversi dai nostri. Oggi non è più tanto una questione di identità ma un affare politico. Se i principali problemi si risolvessero sicuramente smetterei di essere indipendentista.

 

È vero che a causa dell’indipendentismo si rompono amicizie e legami familiari?

Le persone discutono se è conveniente o meno l’indipendenza, però non conosco nessuna famiglia o amicizia che si sia rotta per questo. Ovviamente ci sono persone che si scaldano di più e arrivano ad esagerare, ma sono una minoranza. Credo che il tema della frattura nella società catalana sia più un argomento giornalistico e politico usato per screditare l’indipendentismo.

 

Pensi che il procés abbia migliorato o peggiorato la situazione sociale, economica e lavorativa in Catalogna?

A livello sociale non credo abbia influito più di tanto. A livello economico, capisco che l’incertezza possa aver nuociuto ad alcuni settori, anche se altri ne hanno beneficiato. Grazie all’indipendentismo l’Europa sta conoscendo la Catalogna. Si dice che è il motore economico della Spagna, si parla dell’industria, della lingua, della cultura, di Gaudí… e questo aumenta gli investimenti stranieri e il turismo. Anni fa in Europa neppure sapevano cosa fosse la Catalogna, oggi invece sì. Nel breve periodo potrebbero esserci danni economici, ma dobbiamo chiederci: in che Paese voglio vivere tra 20 o 30 anni? Che Paese voglio lasciare alle future generazioni?

 

Da alcuni anni la Generalitat ha scelto la via unilaterale. Tuttavia, nelle ultime elezioni i partiti non indipendentisti hanno ottenuto il 51% dei voti. Credi sia corretto continuare con l’unilateralità se una metà dei catalani non la appoggia?

Nel 51% di coloro che hanno votato i partiti “unionisti” ci sono anche gli indecisi. Ho riscontrato che molti hanno votato così per paura delle conseguenze. Credo che ora non sarebbe una buona idea una seconda dichiarazione di indipendenza. Bisogna ottenere appoggi stranieri e nazionali per arrivare a un referendum concordato col Governo centrale o, almeno, per iniziare a dialogare perché le cose cambino. Se ci fosse dialogo e si risolvessero i problemi l’indipendentismo si ridurrebbe della metà. In generale, penso che l’indipendentismo ora sia in una fase di stallo.

 

Quali sono secondo te i principali errori commessi da Mariano Rajoy e quali da Carles Puigdemont?

Da parte del Governo spagnolo, il fatto di non voler negoziare e limitarsi a rispondere con la mano dura. Da un lato lo comprendo, se negoziassero con la Catalogna perderebbero molti voti nelle prossime elezioni. È anche un modo per parlare meno di altri temi come la corruzione o i tagli alla spesa pubblica. Da parte della Generalitat, l’ingenuità di credere che dopo la dichiarazione di indipendenza sarebbero arrivati appoggi internazionali.

 

Molti leader indipendentisti sono in carcere o in esilio all’estero, perché accusati dalla giustizia spagnola per ribellione. Credi si tratti di una persecuzione giudiziaria?

Chiaramente. Il reato di ribellione non lo hanno commesso perché non c’è stata violenza, per quanto ne dicano i mezzi di informazione. La malversazione di fondi pubblici va dimostrata. Nel codice penale ci sono molte leggi e volendo essere fiscali potremmo arrestare chiunque, soprattutto se le interpretiamo a nostro piacimento. Dovrebbero incarcerare prima tutti i politici corrotti, ma è chiaro che la legge non è uguale per tutti.

Carteles pidiendo la libertad de Jordi Cuixart, Jordi Sànchez y de los exconsejeros presos.
Foto: El País, Massimiliano Minocri

 

Credi che esista davvero un problema di odio tra catalani e spagnoli? Se sì, perché?

Sì, c’è sempre stato. Ho vissuto quest’odio e credo sia frutto dell’ignoranza. L’altro giorno un amico tedesco mi ha mostrato una conversazione con una sua amica spagnola che diceva autentiche barbarità su noi catalani. Diceva che odiamo la Spagna e la lingua spagnola e che ci rifiutiamo di parlarla, che indottriniamo i bambini… Credo anche che vi siano catalani che si sbagliano sulla Spagna, perché non tutti gli spagnoli odiano la Catalogna. Suppongo che un buon modo per ridurre quest’odio sia smettere di vedere la televisione e leggere i giornali, e cominciare a mettersi nei panni gli uni degli altri.

 

La comunità internazionale ha dimostrato di non appoggiare la causa indipendentista. Sei deluso? Credi che la Catalogna dovrebbe aver diritto a separarsi dalla Spagna?

Non mi ha deluso perché me lo aspettavo. Quello che non mi aspettavo, e che sì mi ha deluso, è che nessuno si sia offerto come mediatore tra la Catalogna e il Governo spagnolo. Credo che una regione debba avere il diritto di separarsi se non è a suo agio in uno Stato, anche se penso che questo non accadrebbe se le cose si facessero come si deve, perché nessuna regione avrebbe interesse a separarsi.

Última hora de Puigdemont, las elecciones en Catalunya y la manifestación en Bruselas, en directo
Foto: La Vanguardia, EFE, Stephanie Lecocq

 

Cosa credi che debbano fare i politici catalani nei prossimi mesi e anni? Credi nella possibilità di raggiungere l’indipendenza?

Negli ultimi mesi si è internazionalizzata la causa. Ora in Paesi come il Belgio e la Germania se ne parla. Questo è necessario e bisogna continuare a farlo. Credo che la possibilità dell’indipendenza sia scarsa, ma lo è anche quella di dialogare col Governo, per cui penso sia necessario continuare su questa linea e, forse, tra alcuni anni ci riusciremo.


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