Il Mostro e lo Stato, il Mostro è lo Stato.

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La prescrizione è un istituto previsto dal diritto processuale che risponde ad un’ovvia esigenza di civiltà giuridica: nessun cittadino può essere sottoposto a un processo per un tempo infinito, qualsiasi vicenda processuale deve concludersi in tempi certi e possibilmente brevi. C’è da chiedersi però, se può definirsi civile un Paese in cui un processo per lo stupro di una bambina di sette anni si protrae in due gradi di giudizio per vent’anni e inevitabilmente viene concluso con un’assoluzione per prescrizione. È quello che è successo alla Corte di Appello di Torino (non la solita storia di inefficienza del profondo Sud d’Italia): il Presidente del Collegio giudicante costretto a scusarsi perché impossibilitato a giudicare il merito di una vicenda abominevole.

I processi per violenza sessuale sono i più complicati da affrontare sia per i giudici ma soprattutto per le vittime. Quasi sempre si tratta di reati commessi senza alcun testimone, è complesso  verificare le modalità di svolgimento dei fatti, si celebrano in un clima molto teso. La persona offesa, in genere  una donna, viene costretta a rivivere momenti terribili che vorrebbe dimenticare in fretta, a sottoporsi a visite mediche umilianti, a subire un fuoco di fila di domande che incutono un senso di vergogna, quasi che la colpa dello stupro ricada sui suoi comportamenti piuttosto che sulla violenza dell’autore.

Cosa potrà pensare una giovane di donna di 27 anni che da bambina ha subito una violenza sessuale all’interno delle mura domestiche, ad opera di una persona che teoricamente avrebbe dovuto proteggerla, che non si libererà mai della ferita inferta all’anima, prima ancora che al corpo, e che anelava soltanto oramai alla punizione dell’aguzzino per ristabilire quantomeno l’esatto ordine delle cose, sancendo nella sacralità di una sentenza chi fosse il colpevole e chi la vittima? Quante notti insonni avrà trascorso in questi venti anni quella giovane donna, quanti incubi l’avranno riportata ad una violenza cieca che violava la sua infanzia, quanti psicologi, medici, poliziotti, magistrati avrà già incontrato nella sua giovane vita, quanti pensieri avranno attraversato la sua mente, pensieri che a quell’età avrebbero dovuto essere di tutt’altro genere. Quella giovane donna ora sa che il suo violentatore non pagherà mai per quelle sevizie e quei maltrattamenti, lo immaginerà libero di muoversi e di vivere la sua vita senza aver saldato il conto in sospeso con le leggi e con la Giustizia.thumb_bundle-31-giustizia-e-ingiustizia.650x250_q95_box-0,0,647,249

L’indignazione dovrebbe essere forte in tutti noi, noi che costituiamo quel Popolo Italiano in nome del quale sono pronunciate le sentenze nei Tribunali. Storture del sistema giudiziario come queste risultano estremamente pericolose perché mettono in serio pericolo la già scarna fiducia nella Giustizia, aiutano a diffondere l’idea che lo Stato non ripara i torti subiti dai suoi cittadini, anche i peggiori e più riprovevoli, e può provocare, portata la sfiducia nella Legge all’estrema conseguenza, il desiderio di farsi giustizia da sé come accaduto proprio di recente a Vasto in un caso di cronaca che ha fatto ugualmente scalpore.

Il Ministro della Giustizia ha immediatamente attivato le procedure interne per verificare i motivi per i quali un processo per violenza sessuale sia durato dieci anni in primo grado e nove in appello: verranno accertate responsabilità disciplinari e magari – la formula dubitativa è necessaria in un Paese come l’Italia – qualcuno ne risponderà. E’ però triste pensare che tutto questo poco importerà ad una bambina di sette anni, divenuta nel frattempo donna, costretta a convivere con i fantasmi di un ricordo doloroso ed indelebile, vittima di un Mostro rimasto impunito e di uno Stato inefficiente che non ha saputo neppure darle l’unica consolazione possibile, la Giustizia.


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