Il mostro di Firenze – il primo serial killer italiano – prima parte

Firenze, città medicea di antica bellezza, in cui cultura e avanguardia spadroneggiano nel tempo, ancora oggi meta turistica di italiani e stranieri di ogni età.

Gli anni Settanta hanno visto le sue vie battute dai cortei del Movimento Studentesco Fiorentino, e gli Ottanta sono trascorsi al ritmo delle canzoni dei Litfiba.

Purtroppo il male può insediarsi anche in posti tanto affascinanti. “Crimini e omicidi – il fascino dell’oscurità” ricorda oggi i terribili delitti del cosiddetto “Mostro di Firenze”.

Manifesto di allerta - Fonte: La Repubblica
Manifesto di allerta – Fonte: La Repubblica

Tra il 1968 e il 1985 in provincia di Firenze furono commessi otto duplici assassinii, che gettarono nel panico la Toscana e nello sgomento il resto d’Italia.

Siamo di fronte al primo omicidio seriale italiano, o perlomeno al primo riconosciuto come tale, con una tipologia di vittima ben definita, focalizzata su giovani fidanzati.

Nell’arco di poco meno di vent’anni, a Signa, Borgo San Lorenzo, Scandicci, Calenzano, Baccaiano, Giogoli, Vicchio e Scopeti, hanno trovato la morte coppie appartatesi in campagna alla ricerca di intimità e privacy, uccise (tranne in un caso), all’interno della propria automobile per mezzo di una pistola Beretta serie 70 calibro 22 Long Rifle.

Nel modus operandi del killer, il primo a essere colpito è l’uomo e in seguito la donna, trascinata poi fuori dall’automobile e martoriata per mezzo di asportazioni di parti del corpo. Oltre ai colpi di arma da fuoco sui cadaveri sono sempre stati rinvenuti numerosi tagli inflitti post mortem.

In quattro casi l’assassino seriale ha asportato il pube della donna e in altri due anche il seno sinistro.

Il primo profilo tracciato da De Fazio e dall’FBI di Quantico identificò l’omicida come un maschio feticista destrorso, alto circa 1.80 metri, di intelligenza forse superiore alla media.

Barbara Locci e Antonio Lo Bianco - Fonte: Corriere della Sera
Barbara Locci e Antonio Lo Bianco – Fonte: Corriere della Sera

La notte del 21 agosto 1968, il muratore siciliano Antonio Lo Bianco e la casalinga Barbara Locci di origini cagliaritane, decidono di appartarsi vicino al cimitero di Signa, all’interno di un’Alfa Romeo. Ventinove anni lui e trentadue lei; i due sono amanti, entrambi sposati e con figli.

A mezzanotte circa, mentre la coppia si intrattiene amorevolmente e il piccolo Natalino Mele di soli sei anni, figlio della Locci, dorme sul sedile posteriore, il mostro agisce. Otto colpi di pistola sparati da distanza ravvicinata, quattro per adulto. Cinque bossoli sono contrassegnati sul fondello dalla lettera “H”.

Il giorno dopo, alle due del mattino, Natalino Mele suona a un casolare a due chilometri di distanza dalla scena del crimine e per tutta risposta al signor De Felice che lo soccorre dice: «Aprimi la porta perché ho sonno, ed ho il babbo ammalato a letto. Dopo mi accompagni a casa perché c’è la mi’ mamma e lo zio che sono morti in macchina.» Da tenere in considerazione il fatto che il bambino, che doveva appunto aver camminato senza scarpe per due chilometri, avesse i calzini puliti, e che il campanello del casolare era troppo in alto perché potesse raggiungerlo senza aiuto.

I Carabinieri allertati trovano l’automobile un’ora più tardi in via di Castelletti presso il bivio di Comeana.

I primi sospetti, seguendo la pista del delitto passionale, si concentrano su Stefano Mele, il marito della donna uccisa, nota per le sue avventure extraconiugali che le erano valse il soprannome di “ape regina”.

Il 23 agosto Stefano Mele confessa il delitto, ma la sua incapacità a maneggiare un’arma e l’errore nell’indicare il finestrino dell’autovettura contro cui erano stati esplosi i colpi lo scagionano. Il dubbio su un suo coinvolgimento è tuttavia molto forte, perché l’uomo è a conoscenza di alcuni particolari che fanno presupporre che abbia comunque assistito al delitto. A questo punto Stefano Mele accusa come complice Salvatore Vinci, indicato da molti in paese come uno degli amanti della Locci e forse addirittura padre naturale del piccolo Natalino.

Il Vinci ha però due testimoni pronti a fornirgli un alibi e messo a confronto col Mele il 24 agosto, viene scagionato ottenendo la ritrattazione di quest’ultimo, che si affretta però ad accusare il fratello di Vinci, Francesco, anch’egli amante, a suo dire, della defunta moglie. Sempre seguendo la medesima falsa riga, il giorno successivo Mele accusa Carmelo Cutrona. La testimonianza del bambino gioca a questo punto un ruolo chiave. Infatti, dopo aver detto per giorni di non aver visto nulla, Natalino Mele sostiene di aver invece visto il padre, che lo avrebbe accompagnato al casale facendogli promettere di mantenere il segreto. In seguito a questa testimonianza Stefano Mele viene accusato di omicidio e condannato dal Tribunale di Perugia a una pena detentiva di quattordici anni in quanto ritenuto incapace di intendere e di volere, più due anni per calunnia contro i fratelli Vinci.

Durante il processo il cognato di Lo Bianco, Giuseppe Barranca, collega di Mele e amante a sua volta della Locci, dichiara di aver raccolto i timori della donna che sospettava di essere pedinata da un uomo in motorino. Anche Francesco Vinci confermò di aver ricevuto le stesse confidenze.

Pasquale Gentilcore e Stefania Pettini - Fonte: Siena news
Pasquale Gentilcore e Stefania Pettini – Fonte: Siena news

Un sabato di sei anni dopo, esattamente il 14 settembre 1974, un altro delitto efferato piomba sul circondario di Firenze. A Rabatta, presso Borgo San Lorenzo, vengono uccisi il diciannovenne Pasquale Gentilcore, un impiegato della Fondiaria Assicurazioni, e Stefania Pettini di soli diciotto anni, segretaria d’azienda. Il giovane aveva accompagnato la sorella al Teen Club, una discoteca di Borgo San Lorenzo e raggiunto poi la fidanzata a Pesciola di Vicchio, dirigendosi in seguito a Rabatta. Un quarto d’ora prima della mezzanotte l’assassino spara cinque colpi a Pasquale e tre colpi a Stefania, trascinata fuori dalla macchina e finita con tre coltellate allo sterno. Il mostro si accanisce contro il corpo ormai senza vita della ragazza continuando ad accoltellarla per ben novantasei volte anche sul seno e sul pube. Infine fa penetrare nella vagina un tralcio di vite.

L’inaudita ferocia termina infliggendo cinque coltellate anche su Pasquale, ormai cadavere.

Il sopralluogo da parte delle Forze dell’Ordine in seguito al ritrovamento dello scempio da parte di un contadino, rilevano gli oggetti contenuti nella borsa di Stefania sparsi per terra, come del resto avviene anche per gli altri delitti.

Il reggiseno viene invece ritrovato poco distante grazie a una telefonata anonima, mentre il portafoglio, l’orologio e altri oggetti di valore non sono mai stati rintracciati.

Il titolare della scuola guida presso cui Stefania Pettini stava conseguendo l’abilitazione alla guida, suo amico, riferisce che la ragazza era stata pedinata da un’automobile durante una lezione di guida.

I due giovani sono stati seppelliti insieme nel cimitero di Borgo San Lorenzo e la loro tomba dopo qualche anno ha subito danneggiamenti da parte di ignoti.

Carmela De Nuccio e Giovanni Foggi - Fonte: Il Mostro di Firenze
Carmela De Nuccio e Giovanni Foggi – Fonte: Il Mostro di Firenze

Trascorrono sette anni e nuovamente un sabato, il 6 giugno 1981, vede un nuovo feroce attacco da parte del serial killer. Il trentenne dipendente dell’Enel Giovanni Foggi e la sua fidanzata, la pellettiera di origine pugliese Carmela De Nuccio di ventuno anni, vengono uccisi a Mosciano di Scandicci a bordo della loro Fiat Ritmo. Tre proiettili per Giovanni e cinque per Carmela, sempre sparati attraverso il finestrino sinistro. Come nei due casi precedenti vengono ritrovati solamente cinque bossoli. Alla ragazza viene asportato il pube e il corpo del ragazzo viene accoltellato post mortem.

I sospetti questa volta si concentrano su Vincenzo Spalletti, un conducente di ambulanze di trent’anni noto per essere un guardone. L’uomo non nascondendo le proprie abitudini, riferisce alla moglie e ad altre persone di aver visto due giovani assassinati, aggiungendo al racconto particolari del delitto non ancora resi noti dalla stampa.

Dopo il suo arresto, la moglie e il fratello ricevono telefonate anonime in cui viene loro assicurato che presto Spalletti sarà scagionato.

Susanna Cambi e Stefano Baldi - Fonte: Il Mostro di Firenze
Susanna Cambi e Stefano Baldi – Fonte: Il Mostro di Firenze

Vincenzo Spalletti viene infatti rimesso in libertà in seguito a un altro omicidio avvenuto il giorno 22 ottobre a Travalle di Calenzano vicino a Prato. Stefano Baldi e Susanna Cambi, rispettivamente un operaio tessile di ventisei anni e una commessa di ventiquattro, prossimi alle nozze, vengono uccisi a bordo della loro Golf. Nove colpi questa volta, quattro per Stefano e cinque per Susanna, e solamente sette bossoli rinvenuti. Per riuscire a trascinare fuori dall’automobile la ragazza e reciderle il pube, il mostro estrae anche il corpo del ragazzo. Il cadavere della giovane presenta ferite da arma da taglio sia sul seno sinistro che sulla schiena. Anche Susanna aveva lamentato pedinamenti da parte di un uomo.

Antonella Migliorini e Paolo Mainardi - Fonte: Wikipedia
Antonella Migliorini e Paolo Mainardi – Fonte: Wikipedia

19 giugno 1982, un anno dopo, un altro sabato. Questa volta a incontrare la morte sono Paolo Mainardi e Pamela Migliorini, un meccanico e una dipendente di una ditta di spedizioni giovanissimi, ventidue anni lui e diciannove lei. Fidanzati inseparabili si erano appartati all’interno della loro Fiat 127 a Baccaiano di Montespertoli.

Il modus operandi dell’assassino è sempre lo stesso, ma questa volta il ragazzo non muore subito e, secondo una prima ipotesi, ferito riesce ad accendere l’automobile e inserire la retromarcia. Un tentativo di fuga fallito perché la vettura si blocca dall’altra parte della strada. Un’altra ipotesi sostenuta invece dal primo soccorritore, il signor Allegranti, addetto del pronto soccorso della Misericordia che estrasse i ragazzi dall’auto, Paolo Mainardi doveva trovarsi insieme a Pamela Migliorini sul sedile posteriore della macchina, quindi è possibile che a spostare l’automobile sia stato l’omicida. Inoltre i giovani erano piuttosto corpulenti, Paolo era alto quasi due metri, perciò estrarli dall’auto doveva aver posto una serie di difficoltà.

Un’altra differenza rispetto agli altri delitti è il luogo in cui è avvenuta la tragedia. Il posto scelto dai ragazzi non era molto appartato e a poca distanza erano in corso le celebrazioni per il Santo patrono. I corpi inoltre non hanno subito mutilazioni. Sicuramente ciò è dovuto all’alta possibilità di essere scoperto, tant’è vero che poco dopo vengono prestati i primi soccorsi. Paolo Mainardi è ancora vivo, ma purtroppo non sopravvive che qualche ora. Il giudice Silvia Della Monica coglie l’occasione per tendere una trappola all’assassino, chiedendo ai giornalisti di scrivere che il ragazzo è riuscito a dare informazioni sull’aggressore. Purtroppo il tentativo non ha alcun riscontro.

Il maresciallo Fiori però, che quindici anni prima era di servizio a Signa, collega il duplice omicidio a quello del 1968. Il confronto dei bossoli stabilisce finalmente un fondamentale collegamento.

Le indagini si orientano quindi verso un pastore di Montelupo Fiorentino, Francesco Vinci, uno degli amanti della signora Locci accusato anni prima dal marito Stefano Mele. Francesco Vinci, pluripregiudicato, viene arrestato con il pretesto di maltrattamenti coniugali per poter permettere la raccolta di ulteriori indizi, ma un altro omicidio avvenuto mentre si trova in carcere lo scagiona.

Nel 1993 l’uomo viene ucciso insieme a un amico, e trovato nella pineta di Chianni chiuso nel bagagliaio di un’automobile bruciata. Sebbene il caso sia rimasto irrisolto, è stata presupposta una vendetta da parte della malavita sarda.

L’omicidio che spezza il collegamento tra Vinci e il mostro di Firenze è quello del 9 settembre 1983.

Jens-Uwe Rüsch e Horst Wilhelm Meyer - Fonte: Il Mostro di Firenze
Jens-Uwe Rüsch e Horst Wilhelm Meyer – Fonte: Il Mostro di Firenze

A Giogoli due studenti tedeschi di ventiquattro anni, Jens-Uwe Rüsch e Horst Wilhelm Meyer, a bordo del loro furgone Volkswagen T1, vengono freddati con sette colpi esplosi sempre dalla stessa Beretta. L’assassino si accorge solamente dopo averli uccisi che si tratta di due uomini e non infierisce contro i corpi. Probabilmente è stato ingannato dai capelli lunghi di Rüsch.

Gli inquirenti non abbandonano la cerchia di conoscenze di Stefano Mele e Francesco Vinci, anche a causa delle indicazioni del primo, e giungono sospettare di Giovanni Mele e di Piero Mucciarini, rispettivamente fratello e cognato di Stefano. Dopo otto mesi di carcere i due uomini vengono scarcerati per mancanza di indizi rilevanti.

Pia Gilda Rontini e Claudio Stefanacci - Fonte: Il mostro di Firenze
Pia Gilda Rontini e Claudio Stefanacci – Fonte: Il mostro di Firenze

Un anno dopo, il 29 luglio 1984, altri due giovani cadono vittima del feroce assassino. Si tratta di Claudio Stefanacci e Pia Gilda Rontini, uno studente universitario di ventuno anni e una barista diciottenne. A bordo di una Fiat Panda parcheggiata sulla Strada Provinciale Sagginalese, i due ragazzi vengono aggrediti sempre partendo dai colpi di pistola.

Quando Pia viene estratta dall’automobile e le vengono asportati il seno sinistro e il pube è ancora viva. Verrà ritrovata con il reggiseno stretto nella mano destra. La croce che portava al collo è stata rubata.

Il signor Bardazzi, gestore di una tavola calda a San Piero a Sieve, dichiara che Claudio e Pia erano stati nel suo locale il pomeriggio dell’omicidio e che un altro cliente, un uomo corpulento dai capelli rossi, aveva continuato a fissare la ragazza per tutto il tempo e aveva seguito la coppia una volta uscita. Durante il processo a Pacciani la testimonianza del Bardazzi non viene ritenuta credibile.

Anche le croci in memoria dei due giovani assassinati sono state danneggiate da ignoti, nel 1994.

Michel Kraveichvili e Nadine Mauriot - Fonte: Corriere della Sera
Michel Kraveichvili e Nadine Mauriot – Fonte: Corriere della Sera

Il 7 settembre 1985 avviene l’ultimo delitto da parte del mostro di Firenze. È una domenica notte e Jean-Michel Kraveichvili e Nadine Mauriot sono accampati presso San Casciano Val di Pesa nella frazione di Scopeti. I due turisti francesi sono un musicista di venticinque anni e la titolare di un negozio di calzature di trentasei anni, separata e con due figlie.

L’unica differenza con i delitti precedenti è che le vittime sono all’interno di una tenda da campeggio, invece che in un’automobile. Mentre la donna muore immediatamente sotto i colpi di pistola esplosi dall’assassino, l’uomo sebbene ferito riesce a fuggire, ma viene raggiunto dal mostro e finito a coltellate. L’omicida ne nasconde il cadavere tra alcuni rifiuti. Tornato alla tenda, il killer estrae il corpo della vittima femminile e ne mutila il seno e il pube come da consueto modus operandi e poi riporta il cadavere all’interno della tenda.

Busta recapitata al Giudice Silvia Della Monica - Fonte: Il Mostro di Firenze
Busta recapitata al Giudice Silvia Della Monica – Fonte: Il Mostro di Firenze

In una busta anonima arriva alla Procura della Repubblica di Firenze, all’attenzione del Pubblico Ministero Silvia Della Monica, una parte del seno della donna. L’indirizzo sulla busta è composto dai ritagli di alcuni giornali.

Altre tre buste anonime arrivano il 2 ottobre, indirizzate ai sostituti procuratori Pier Luigi Vigna, Paolo Canessa e Francesco Fleury. Al loro interno una fotocopia di un articolo de La Nazione, una cartuccia calibro 22 Winchester serie “H” e un foglietto con la scritta Uno a testa vi basta”. La saliva rilevata sulla busta identifica un soggetto ignoto con gruppo sanguigno A.

Pietro Pacciani - Fonte: Il sito di Firenze
Pietro Pacciani – Fonte: Il sito di Firenze

La Squadra Anti Mostro (SAM) con a capo Ruggero Perugini, costituitasi nel 1984, continua assiduamente le indagini, fino al 1991 anno in cui Pietro Pacciani, agricoltore classe 1925, assume il ruolo di primo sospettato. (continua)

Paola Bianchi


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