Non mi è mai capitato di suggerire la lettura di un libro (di qualsiasi genere) che io stessa non avessi letto, meditato, fornito del lasciapassare per fare parte del mio bagaglio di conoscenze. Questa volta accade. In via del tutto eccezionale. Perché può accadere di lasciarsi affascinare dalla copertina e da quella giudicare il lavoro che custodisce. In questo caso, “copertina” è metafora dell’autore. Un autore che mi ha conquistato durante una serata sottratta alla routine logorante della quotidianità sottesa tra lavoro famiglia.

Un mattatore. E’ così che ho conosciuto Aurelio Musi e la sua ultima fatica letteraria “Il Regno di Napoli”. A Nocera Inferiore Musi, docente universitario di provata fama ed acclarata esperienza, ha presentato il suo libro, dicendosi «felice senza retorica né vuota forma». Felice è l’aggettivo che ha voluto usare per etichettare lo stato d’animo con cui ha letto per Nocera «una nuova partenza». In una libreria – la Mondadori di Via Matteotti – che, a suo dire, si avvia a recuperare il ruolo che le librerie svolgevano una volta: favorire la socializzazione.

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Alcuni istanti durante la presentazione de “Il Regno di Napoli”

«Questi incontri – ha affermato il professor Musi – hanno molto più successo nei piccoli centri (la “periferia”, l’hinterland, ndr) che nelle grandi città». Ed è da Nocera che Musi ha voluto salutate l’alba di una «nuova cultura del libro». Davanti ai un pubblico punteggiato di notevoli personalità del mondo della cultura dell’Agro da giornalisti, da curiosi. «A testimonianza del fatto che – ha detto l’autore de “Il Regno di Napoli” – non sono rimasto chiuso in quella torre d’avorio dell’autoreferenzialità che a volte ancora lo studioso, lo scrittore solo al suo libro, ai suoi libri».

Aurelio Musi si pone – è pressoché unanime il giudizio della critica – in maniera originale nel panorama della storiografia italiana, in quella tradizione storiografica scandita da Croce, Galasso, Capasso. Con loro condivide una concezione capace di non perdere mai il contatto con la realtà. L’opera presentata a Nocera, infatti, assembla il risultato di ricerche condotte negli ultimi venti anni. Nel libro – è stato ribadito a più riprese in fase di presentazione – viene rimarcata la centralità del Mezzogiorno, una Nazione nella Nazione. Con un viaggio che parte dal Basso Medioevo, dal X secolo, dai Normanni. Musi percorre un solco lungo il quale la storiografia napoletana del Cinquecento esprime tutta al consapevolezza del carattere “italiano” della storia del Mezzogiorno. Una storia che si confronta con il resto dell’Italia e con l’intero Occidente medioevale. Una storia che non può essere liquidata – in maniera frettolosa se non addirittura miope – come un percorso lineare. Una storia fatta di arresti e ripartenze. «Spesso le dominazioni hanno rappresentato per il Mezzogiorno il veicolo, lo strumento per guadagnare l’accesso alla grande Storia», questa è stata una delle espressioni che maggiormente ha richiamato la mia attenzione e la mia curiosità.

Leggere per credere. Io lo farò.


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