Il lavoro, il Mezzogiorno, il Sud e lo stallo dell’Italia [Parte 2]

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E poi un termine, prepotentemente alla ribalta negli ultimi venti anni, la globalizzazione. Per gli economisti è essenzialmente il processo di progressiva integrazione dei mercati mondiali basato sulla liberalizzazione degli scambi. Ecco allora nascere il cosiddetto stress da globalizzazione per una parte degli imprenditori e alcuni grandi gruppi fordisti che non ne riescono a reggere l’urto.  Questo cosa provoca, in sintesi: destrutturazione delle forme produttive precedenti e un mutamento della composizione sociale.  Una spiegazione può esserci se consideriamo che quasi nessuno ha voluto “guardare” ai grandi cambiamenti accaduti “in basso”, volgendo sempre più lo sguardo verso l’alto, dove è successo poco, molto poco.  E poi, non secondario, quell’attaccamento a una dimensione di classe definitivamente sopravanzata da quelle dell’individuo e della comunità. Tutto questo ha prodotto essenzialmente tre cose: la paura operaia, i padroncini che sono andati in crisi e la condizione non attenzionata di coloro che vivevano e vivono nel cuore delle aree urbane.

Di tutto ciò è talmente palese che non se ne preoccupò alcuno e sfido chiunque ad affermare il contrario, chi si è accorto della rivoluzione in corso?. Probabilmente si era troppo distratti da un meccanismo di autoreferenzialità  e distratti da battaglie di vertice. Per questo ritengo necessario il ritorno al territorio, fatto di cruda terra ma anche di carne viva, di luoghi, di istituzioni e tanto altro. Come dire, quella sorta di capitalismo di territorio.

E qualcuno si domanderà, con termini ormai desueti: che fine ha fatto la classe operaia? In un certo qual modo esiste ancora, non sono più concentrati in un solo luogo e poi i grandi numeri non esistono più. E allora cambia anche il punto di vista del come competere nel mercato del lavoro, o meglio, del cosa mettere al centro della discussione. Io direi, intanto, che per essere competitivi si ha bisogno di beni territoriali quali autostrade, porti, aeroporti, università, spazi di discussione e mi accorgo di non dire nulla di nuovo.  In una parola: modernizzazione.

Il secondo grande dato che ci balza contro prepotentemente è il bisogno di forza lavoro che non pone problemi dentro le mura dell’impresa, l’immigrato. Tant’è che i problemi sono tutti fuori. E questo rende necessaria una visione strategica della società con “l’altro”. Basta  notare i grandi flussi che sono entrati nei “luoghi”, di come li hanno disarticolati e cambiati, dal punto di vista produttivo, della composizione sociale e dal punto di vista culturale. Questi sono i flussi dell’immigrazione, della finanza, di internet, delle diversità tutte.  Basta pensare a quanto queste cose hanno cambiato il nostro modo di vivere.  E ritorno inevitabilmente ai luoghi e quindi al territorio, bisogna evitare a tutti i costi il conflitto tra le due cose e porsi la domanda del riuscirci o meno non me la porrei, è un processo inevitabile.


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