di Adolfo ADINOLFI

Cava de’ Tirreni – “Se i poveri vogliono diventare ricchi devono solo lavorare più duramente”. È questa la spesso citata frase che rimbomba nelle menti di chi merita ma non può. È stato lo stesso Paul Krugman, il famoso economista statunitense, a rispondere a questa affermazione asserendo che, spesso e volentieri, ragazzi stupidi di famiglia ricca riescono a ottenere una carriera di successo rispetto a un potenziale giovane talento ma di famiglia povera. Di certo affermazione forte quella di Krugman ma, al di là di ogni buonismo, quanto in realtà c’è di vero, o di falso, in questa asserzione? Ma soprattutto quanto la società italiana oggi giorno rispetta quella meritocrazia così spesso citata, ma che mai si è davvero resa evidente per coloro che tanto l’attendono.

Il Dott. Carmine Crassino, esperto di formazione professionale, proposto questo quesito, ci ha così risposto: La società italiana, ma come pur tante altre, vive di sistemi e regole che, apparentemente, permettono tutto! Ma in realtà non è così. Senza alcun dubbio la legge concede diritti, ma spesso e volentieri non possono essere utilizzati. Pensiamo a chi, necessitando di una visita, vuol prenotare questa in ospedale; fallo pure, ma ci sono tempi di attesa lunghissimi. Se si trattasse di una donna incinta? Probabilmente il bambino nascerebbe prima della data stabilita e, perciò, il diritto alla visita risulterebbe inutile. Pensiamo ai tanti scandali nei concorsi pubblici: se partecipano figli di questo o di quell’altro che, l’abbiamo visto tutti ai TG, vengono supportati, che diritto, anzi speranza, c’è per coloro che invece, pur meritevoli, hanno una famiglia umile?

meritocraziaBreve intervallo che però apre le porte a un discorso più ampio: i nostri diritti vengono davvero rispettati? Quanti italiani conoscono davvero i propri e soprattutto perché non fanno nulla quando li si vede così calpestati come in questi anni? A tal quesito, il dott. Edmondo Malandrino, pedagogo nonché docente e orientatore presso gli istituti di primo e seconda grado, risponde: Tutti in realtà ci rendiamo conto della situazione. Se si vuol parlare di meritocrazia, sappiamo che, per il momento, questa è un’illusione. Mi chiedo perché nessuno fa nulla per cambiare questa prospettiva? Siamo in quella situazione dove non ci è permessa scelta e si guarda all’interesse e non all’essere, si cerca di sopravvivere. La questione è culturale e non prettamente socio-economica. Il riconoscimento del merito oggi giorno non permette l’attitudine a stare nella posizione che forse meriteresti; la meritocrazia è divenuta qualcosa di morale che non si traduce in effetti pratici. Ciò significa che le nuove generazione devono prendere atto di questo forviato concetto di morale e porre un freno alla netta distinzione tra chi ha possibilità di risalire la scala societaria, e diciamolo a volte non meritandolo, e chi purtroppo ha un gran bagaglio culturale ma senza spazio per distribuirlo.
È proprio il caso di riprendere un aforisma di Krugman quando asserisce: Il duro lavoro non garantisce il successo. Mai come oggi questa frase ha nette fondamenta in quanto le difficoltà non sono solamente per i giovani ma avvolgono tutto l’emblema familiare che, con ristrette possibilità economiche, hanno un margine d’errore, inteso come volontà di andare avanti senza poter modificare tale condizione, davvero ridotto che porta ad accettare situazione lavorative, un evolversi dell’ormai famoso mobbing, che in altre condizioni, molto probabilmente, non verrebbero affatto accettate. Dobbiamo quindi acconsentire al fatto che l’Italia, governata da politici che sempre più spesso parlano di bramata meritocrazia, sia un paese così poco concorrenziale? Le giovani menti, desiderose di mettersi in gioco per far valere le proprie capacità, arrendersi alle statistiche secondo le quali il nostro paese è quello in cui più di tutti viga il principio del <<se nasci ricco resti ricco, se nasci povero resti povero, anche se capace>>? Sarete dunque propensi alla seguente ipotesi: il merito, approvabile e apprezzabile da chi ne è giudice, andrebbe ricompensato pragmaticamente e non soltanto moralmente come oggi che, purtroppo bisogna dirlo, sa tanto di una lavata di mani che vuol dichiarare <<così vanno le cose, ma sei in gamba!>>


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