Il perdono di un padre: il delitto Novi Ligure 16 anni dopo

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di Giancarlo Di Serio

La sera del 23 febbraio 2001 dalla stazione dei Carabinieri di Novi Ligure esce un uomo distrutto. Ha le mani sulla testa, è disperato.

L’ingegner Francesco De Nardo da due giorni piange la morte della moglie Susy e del secondogenito di 11 anni Gianluca, ammazzati barbaramente a casa propria. Ma in quel momento Francesco De Nardo sta realizzando che è rimasto solo a sopportare quel dolore, non potrà condividerlo neppure con Erika la prima figlia sedicenne. Non può perché i carabinieri gli hanno appena rivelato che ad ammazzare Susy e Gianluca è stata proprio Erika assieme al fidanzato,pure lui minorenne, Mauro “Omar” Favaro.

Quello di Novi Ligure è stato un delitto orrendo: se già le 40 coltellate alla madre di Erika fanno rabbrividire, le modalità di uccisione del piccolo Gianluca sono raccapriccianti. Susy, prima di spirare, perdona la figlia e la implora di risparmiare il fratellino. Erika al contrario, con l’aiuto di Omar, prova prima ad uccidere Gianluca con un veleno per topi, poi i due assassini tentano inutilmente di affogarlo nella vasca da bagno ed infine lo finiscono con 57 coltellate. I due complici avevano persino premeditato anche l’omicidio di Francesco  De Nardo ma Omar, ferito a una mano, si sente “stanco” e va via lasciando a Erika il compito di completare  il piano. Erika sa che non può affrontare il padre da sola e allora esce da casa, chiede aiuto, afferma di essere stata vittima di una rapina, terminata nel sangue, ad opera di due albanesi di cui disegna persino l’identikit.

Lo sdegno, amplificato dai mezzi di informazione, monta pericolosamente a Novi Ligure e in tutta Italia. Sono preannunciate un po’ ovunque manifestazioni di protesta contro gli immigrati. Dopo due giorni però il colpo di scena: la ricostruzione di Erika e Omar non regge, le intercettazioni dei colloqui tra i due ragazzi nella caserma dei carabinieri sono solo la prova finale: ad ammazzare Susy e Gianluca  sono stati proprio Erika e Omar, senza alcun movente particolare.

L’ingegner Francesco De Nardo da quel momento diventa il protagonista assoluto e silenzioso di questa orrenda storia. Mentre tutta Italia vomita insulti ed odio verso i due ragazzi minorenni, lui alterna le sue giornate tra il cimitero e il carcere minorile dove è rinchiusa la figlia Erika, iniziando un lungo e privatissimo percorso di perdono e redenzione della figlia.

L’atteggiamento di Francesco De Nardo verso la figlia Erika risulta a gran parte dell’opinione pubblica incomprensibile: come si può perdonare un delitto così efferato, come si può guardare negli occhi una figlia che ha le mani sporche del sangue della madre e del fratello? Francesco De Nardo, che ha conosciuto l’abisso della disperazione, che ha probabilmente pensato di aver fallito come uomo e come genitore, trova la forza di dare un senso alla sua vita provando lentamente a rimuovere quel sangue dalle mani della figlia. Francesco, un padre ma anche un eroe, non si fa travolgere dal sentimento di odio o, peggio ancora, di vendetta che si respira attorno alla vicenda, ma sceglie di salvare Erika dai suoi demoni e di costruirle un futuro che non sarà mai normale, ma sarà comunque un futuro.

Oggi Erika ha scontato la sua pena, si è laureata in carcere, sappiamo che il rapporto col padre non si è mai interrotto. Quel perdono, così assurdo per certi aspetti, ha dato i suoi frutti.


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